Nel lontano 1996 mi facevo l'ultimo giro in bici "serio" - da Verona a Trieste; da allora sono passati 20 anni, 5 moto e un casino di altre cose... poi una bella mattina mi sono svegliato e ho deciso di riallenarmi, prendere una bici fine anni '70 ed iscrivermi all'Eroica 2016, perché dietro al ritmo cadenzato dei pedali in mezzo al nulla c'è la memoria dei cieli di 20 anni fa e la saggezza senza tempo della fatica
martedì 15 novembre 2016
X - UNO PAINTING
Andando indietro nel tempo gli eventi si accavallano, me li ricordo ma ne perdo la sequenza.
Così non ricordo esattamente quando ho imparato ad andare in bici. So che era tardi rispetto alla "norma", potevo avere dieci o undici anni, forse; ricordo che era un'estate in campagna e il momento esatto nel quale la Graziella sulla quale stavo pedalando ha iniziato a stare in equilibrio; ricordo le decine e decine di volte che quel giorno sono andato avanti ed indietro dalla stalla dei vicini fino al ponticello che attraversava un canale di irrigazione che tagliava i campi; ricordo le vesciche che, proprio quel giorno, vennero fuori nella parte esterna del mio pollice (eh, sì, in effetti le manopole grinzose di plastica della Graziella non erano studiate per andare avanti ed indietro sullo sterrato); ricordo che smisi di pedalare solo quando il tramonto aveva dipinto con una luce arancio radente le teste dei fili d'erba.
Tutti i miei amici in campagna, più o meno della mia età o con uno o due anni in più, sapevano già andare in bici alla grande, e non solo: guidavano nei campi, ed anche per strada, la Vespa, il Ciao, e anche il lambrettone 150 sfumazzante che accendevamo scalciando sulla pedivella con tutto il nostro peso che solo un paio di anni dopo guidai anche io a canna in un campo appena sfalciato;
Insomma già all'epoca mi avevano fatto provare a guidare: un kart, una trattore John deere, un Massey Ferguson che aveva i cerchioni delle ruote motrici alti come me ed un braccio idraulico davanti, un Fiat Agri che portava una falciatrice rotante e non sapevo andare in bici...
In città la cosa non mi pesava, insomma, non ci avevo mai pensato, in campagna non era possibile stare senza bici, quindi c'era da rimediare.
Quel che non mi aspettavo era che, iniziato a pedalare, non mi sarei fermato se non molti molti anni dopo e soprattutto, moltissimi km dopo.
Si seguirono: una bici da cross gialla e rossa con ammortizzatore centrale e cambio a tre marce (sempre rotto) sul tubo centrale; una mountainbike grigia grigiochiaro/grigioscuro ('mazza che allegria), una mountainbike fuxia/viola (troppa allegria....), e, prima di ricevere in regalo da mia nonna l'ultima Giant in carbonio con la quale veramente ho fatto una svalangata di strada, mio padre mi prese una bici da corsa.
Era una Chesini X - Uno usata e non ricordo bene perchè sono finito a farmi prendere una bici da corsa, avevo mio cugino che correva in bici e con il quale, a 13 anni, per la prima volta sono attivato in mountainbike fino ad Asiago ma non ricordo che la bici da corsa avesse per me un forte appeal.
Però ero molto orgoglioso di quella bici; primo, perchè era bellissima, di un rosso metal profondo con forcelle e carro posteriore cromati; secondo, perchè era molto più leggera e veloce della Mountainbike; terzo... non c'è un terzo... primo e secondo bastano....
però non ho tanti ricordi legati a quel mezzo: usavo le scarpe con degli attacchi che quando scendevi rendevano scomodissimo camminare, con le buche i cerchi erano sempre fuori centro (avevo imparato anche a centrare le ruote da solo, in modo da non dover andare sempre dal meccanico), e la Mountainbike era più comoda... così la bici da corsa l'ho usata relativamente poco.... poi quegli anni sono scivolati via, come in un vortice, ho perso dei dettagli, non mi ricordo più perchè ad un certo punto l'abbiamo rivenduta, quasi con noncuranza.
All'epoca non sapevo che quella bici, quella X - Uno, fosse, nella prima metà degli anni '80, il top di gamma della produzione Chesini e che, anche quando mio padre l'aveva comperata usata, era ancora una gran bella bici, insomma, all'epoca c'era chi ci faceva le gare usando la X - Uno!
Le prime versioni avevano ancora i fili dei freni che correvano fuori dal manubrio (ovvero in perfetto stile "eroico"), quelle più recenti, come la mia, avevano i comandi dei freni cosidddetti "aero" cioè con i cavi che passano sotto la nastratura del manubrio.
Dopo che l'abbiamo venduta non ci ho più pensato a quella bici; è arrivato il periodo della Mountainbike in carbonio, delle moto e quell'età dove cominci a pensare che la libertà la devi cercare nella notte, anzichè nella luce del sole.
Quando ho deciso, vent'anni dopo, di cominciare a prendere di nuovo in mano una bici, ho pensato alla X - Uno ed, anzi, ero anche andato a vederne una che era in vendita on line; non mi ricordo proprio perchè non l'ho presa; forse mi sembrava cara (col senno di poi, non lo era), forse non mi piaceva il colore perchè io la volevo rossa; un'altra addirittura ho finito per comprarla, completamente "snaturata", con un cambio montato alla cazzo, forcella di carbonio, dipinta di giallo con la bomboletta spray; era costata poco, avevo iniziato a sistemarla ma poi me l'hanno rubata nella rastrelliera delle bici sotto casa: non era destino.
Così ero finito a comperare la Chesini Innovation e poi, per fare l'Eroica, ma mitica Koga Miyata che mi ha veramente "stregato"; però io alla X - Uno ogni tanto ci pensavo... questa cosa capita più frequentemente con le persone, cioè, di allontanarsi più o meno volontariamente, per i fatti della vita o per mille altri motivi, ma, poi, inevitabilmente pensarci, anche quando meno te lo aspetti ... zac ... affiora il ricordo; capita così anche con cose che magari hanno contraddistinto un periodo che, con il senno di poi, aveva dentro del buono e così ridesideriamo quelle cose perchè in realtà desideriamo ciò che esse ricordano (...sticazzi, secondo me in questa cedrata Tassoni mi hanno messo dentro dell'Acido LIsegico...frena, bello!); tutto questo giro per dire che l'idea di prendere una X - Uno e prepararla per la prossima Eroica, magari con dei rapporti un po' più agili della Miyata ogni tanto mi frullava per la testa...
Così come in una di quelle storielle dove uno ormai cresciuto cerca l'orsetto che aveva quando era bambino, mi sono detto: rivoglio la mia X - Uno! Fallita la strada più agevole, ovvero ricomprarmela dalla attuale proprietaria, inamovibile perchè "ci si è tanto affezionata"... (ma Dio...), le strade che rimanevano erano due: a) comprarne una; b) costruirsela.
Ma cosa c'è di più costoso, incasinato, difficile di rintracciare tutti i pezzi degli anni '80 di una bici, arrangiarsi ad assemblarla e regolarla in modo da renderla pronta ed affidabile per un'evento che spacca come L'Eroica? Insomma, dai, aprire il portafoglio e pagare è una cosa troppo facile, tipo, "paga moneta, vedi cammello" o "spacca botilia ammazza familia", insomma ci siamo capiti, la strada rettilinea...
Pechè non pagare molto di più, rischiando di fare un casino, ma, in caso di esito positivo, avere sotto il culo la TUA bici, ovvero costruita intorno a te? (Sorry Ennio Doris, questa frase te la rubo).
Detto - Fatto (si fa per dire). Insomma, vedo su un sito di annunci (no, non quegli annunci, quelli di vendita; no, non quel tipo di vendite, eccheccazz... basta pensare male!!!), una bici X - Uno... non ho mai visto una colorazione così di merda in tutta la mia vita; gli anni '80 ci hanno abituato male, erano l'esagerazione ed il cattivo gusto all'apoteosi: capelli cotonati/permanentati; camicie con le pences, pantaloni con le pences, le giacche con le spalline, i colori pastello ed i fluorescenti; però, Cristo, perchè fare un telaio a strisce che si inseguono a spiarale azzurre, rosse, verdine, nere, bianche?
Chiamo e chiedo se posso andare a vederla la sera stessa e dall'altra parte indovina chi è? Fabrizio, quello dal quale ero andato a vedere la X - Uno che non ho comperato.
Fabrizio come hobby sistema bici; non so che lavoro faccia ma è un tipo simpatico; lui compra, vende, ogni tanto ci guadagna qualcosa, ogni tanto meno di qualcosa, si sporca le mani di grasso ed ha una buona manualità ed è un "cacciatore di X Uno (insomma qui in zona due su due da lui...). Gli spiego che vorrei rapportarla corta e che con il cambio che c'è su non vado tanto distante; in realtà non ero convinto ed inconsciamente stavo cercando una scusa per dire di no dopo aver chiamato... Io volevo la mia bici rossa e quel mostro non faceva per me. Mi toglie ogni dubbio e mi dice che mi vende solo il telaio se lo voglio...
Poi gli dico "bhe, colore un po' strano ... quasi quasi la rivernicerei..."; e dall'altra parte, dopo qualche secondo di silenzio "...ma sito mato, l'è un colore rarissimo se te la vernici non te la dao gnanca par 1000 euro!!"; ehehe... tranqui Fabrizio, intanto vengo a vederla.
Sabato mattina e sto camminando verso la mia macchina con in mano il telaio variopinto della Chesini X - Uno, con tanto di forcella cromata, pipa manubrio pantografata "Chesini" e una vecchia piega manubrio dalla quale è stato appena tolto il nastro: 4 chiacchiere, un caffè da Fabrizio, un minuto di trattativa ed il telaio è mio.
Se qualcuno pensa che il telaio sia una buona percentuale di una bici si sbaglia; la bici è fatta di un sacco di pezzi ma, prima, prima di tutto, togliamo questa cazzo di verniciatura; scusa Fabrizio, proprio non la sopporto la bici a strisce... primo step: vado dal meccanico a togliere il movimento centrale (quello sul quale dovranno essere imbullonate pedivelle e pedali per intenderci) e lo sterzo, in questo modo il telaio sarà pronto per essere verniciato.
Io so, in teoria, come si fa, ma non ho mai tolto nè un movimento centrale nè una serie sterzo e so bene che servono degli attrezzi che non ho (una chiave particolare ed un estrattore) e che non ho intenzione di comperare per usarli una volta sola.
Il meccanico, gira e rigira il telaio, nota che è "un bel telaio" ed in quindici minuti me lo riconsegna, "nudo": telaio in una mano e tutti gli altri pezzi e la forcella nell'altra: mi dimentico il manubrio e la pipa dello sterzo da lui ma non c'è problema, tanto dovrò passare di lì ancora a rimontarli post verniciatura, quindi...
Ho sentito che proprio vicino la casa di Fabrizio c'è uno che verniciava i telai per Chesini sin dagli anni '80, così lo chiamo e sento un po' che mi dice. La cosa è fattibile, lui fa orario continuato fino alle 16.00 e, quindi, posso andare lì in pausa pranzo; ha ancora le decal con scritto Chesini ed ha ancora tutti i cataloghi originali dell'epoca: scopro che all'epoca esisteva veramente questa assurda colorazione a strisce!
Gli chiedo di farla rossa e gli mostro la mia foto a 16 anni, scattata con una vecchia macchina a fuoco fisso Fuji da una coppia di passaggio che mi immortala mentre tengo stretta per la canna la mia X - Uno fiammante davanti ad una cartolibreria di Asiago... sì, avete capito bene, una cartolibreria...
Dovete sapere che quando giravo in bici andavo così distante che mio nonno non sempre ci credeva, o perlomeno faceva finta di non crederci; ogni volta che arrivavo, distrutto ed assetato, mi tempestava di domande: "veciooooo (perchè mi chiamava "vecio") 'ndo sito stà? che media t'è fato? quanti chilometri?" Quando gli dicevo quanti km avevo fatto tirava due bestemmie, una prima di sbarrare gli occhi e dire "schersito???" e una immediatamente dopo. Così per documentare dove andavo a finire mi facevo sempre scattare una foto da qualcuno di passaggio ed avevo un'abilità particolare: farmi riprendere in un posto che potrebbe essere ovunque... cioè, a parte la vetta del Monte Ortigara, dove c'è una colonna mozza che è inconfondibile, tutte le altre foto me le son fatte fare con "sfondi" che avrbbero potuto essere tanto ad Asiago che a Buccinasco, che nei giardinetti attorno a casa; insomma è come se uno arrivasse a Roma in bici in un giorno e la foto commemorativa se la facesse fare con Mc Donnald sullo sfondo... Vabbhè, lasciamo perdere...avevo l'alibi della stanchezza.
Insomma, chiedo di fare la bici rossa e sono lì che mi aspetto che mi dica "bhe non c'è problema..." ed invece... il rosso non lo fa più!! Come?? Come non lo fa più? Ma tutti hanno il rosso, dai.... è come entrare in gelateria e mi dici che non hai il cioccolato... cazzo!
No, non è un rosso normale ... è un rosso speciale... la mia vecchia Chesini X - Uno era stata colorata con un procedimento tutto suo; non si dava subito il colore rosso; si dava il bianco, un bianco perlato; poi si lasciava asciugare e si dava un rosso trasparente; poi si mettevano gli adesivi e poi una mano di trasparente ancora; il rosso trasparente lasciava intavedere la perlatura del bianco sul fondo e così il colore risultava brillante, profondo, e lucido; il tutto veniva cotto a 160 gradi e la verniciatura era completata; il tipo non ha più il forno da 160 gradi perchè ora vernicia tanto carbonio e se passi un telaio fasciato in carbonio a 160 gradi in forno tiri fuori una scultura di Boccioni; chi faceva il colore rosso trasparente non lo fa più; quindi, per dirla con le parole di un noto filosofo, mi attacco ar cazzo: non posso avere la bici rossa come dico io;
se voglio, in alternativa, posso avere un rosso cupo, quasi bordeaux metallizzato; guardo il campione e già mi vedo con la schiena piegata e la paglietta in testa che vado a comperare il giornale la domenica mattina con quella bici: è un colore da vecchio... ragiono un attimo e vado all'essenza: ok, non c'è più il rosso trasparente da mettere sul bianco perlato... me la puoi fare solo bianca perlata? bianca perlata con le scritte e le pantografie rosse? Ok, si può, stretta di mano e ci vediamo tra 10 giorni.
Mr. Painting Spray ha fatto un gran lavoro; il telaio così bianco è stupendo; ha riempito le pantografie di rosso e separato le cromature dalla vernicie bianca con un filo di colore rosso; è un'ottima base sulla quale assemblare tutto quello che ci vuole per realizzare un gran bel pezzo di ferro... to be continued...
venerdì 11 novembre 2016
THE ROAD RACER
La sera prima mi prendo un'aspirina e mi butto a letto; mi sveglio alle tre...
Non ho nemmeno il coraggio di mettere il naso fuori di casa perchè ieri hanno previsto un diluvio universale e l'idea di spararmi 209 km sotto la pioggia su strade sterrate senza essere in grado di rinunciare, perchè è ovvio, non sono affatto in grado di rinunciare, non mi entusiasma particolarmente... ma a chi la racconto? In realtà dentro di me c'è una parte che stava quasi sperando che piovesse per affrontare la sfida e tagliare il traguardo coperto di fango!
Fuori c'è un buio pesto, una temperatura dicreta per essere piena notte, ad inizio ottobre e qualche goccia sottile cade.
Siamo sorpresi quando già a sei - sette km da Gaiole in Chianti vediamo gente che parcheggia e comincia a tirare giù le bici dalle auto e piccoli fari al led di bici che ondeggiano tra le curve verso il paese.
Ovviamente parcheggiamo proprio nella strada parallela alla partenza a circa 200 metri (botta de culo).
Tiro giù la bici e monto la ruota anteriore, stringo lo sgancio rapido del mozzo e sono pronto.
Ho imparato solo dopo che quello sgancio rapido che ormai hanno tutti l'ha inventato Tullio Campagnolo per velocizzare la rimozione della ruota dopo che un volta, sul passo Croce d'Aune, era stato superato da una marea di ciclisti mentre lui tentava di svitare i galletti che tenevano ferma la ruota.
Accendo i fari, tiro su la zip della maglia termica anti pioggia che porto sotto a quella di cotone e mi dirigo alla partenza.
Quasi mi spiace indossare questa maglia con il colletto bianco; ok è vintage, almeno come aspetto, ma sotto porto una maglia di Castelli, la "Gabba 2", che è nera, attillata come una tuta in neoprene da sub ed ha uno scorpione rosso sulla manica: è fighissima e sembro un mix tra Diabolic, un agente segreto della spectre ed un mimo, però è troppo tecnica e troppo moderna per partecipare all'Eroica; così sopra ho la maglia di cotone leggera che fa tanto ciclista della domenica anni '50; con questa pioggerellina fine il capo tecnico che ho è anche troppo come protezione ma con le previsioni che davano ieri in TV una muta da sub sarebbe stato il minimo sindacale.
Comunque, dentro questa guaina c'è una buona temperatura e non mi pesa stare un quarto d'ora fermo in coda con altri 300 - 400 che sono alla partenza; sono le 5 meno un quarto e ci sono quelli che si fanno i 209 km e quelli che se ne fanno 135, quindi un discreto numero di sciroccati che, da varie parti del mondo, hanno ben pensato di arrivare in questo paesino toscano per mettersi in coda alle 5 di mattina e massacrarsi su dei percorsi che non sono proprio una passeggiata...
Mi guardo in giro; ci sono dei solitari che se ne stanno un po' defilati, con l'aria del bambino più timido il primo giorno di prima elementare; ci sono i gruppi di amici che ridono, scherzano e si pigliano per il culo; ci sono stranieri che hanno già fatto questa esperienza e altri per i quali è la prima volta e si ricomoscono perchè hanno lo sguardo di chi ha già qualcosa da raccontare quando tornerà a casa. Ci sono mogli e fidanzate che baciano il compagno come se partisse per la Campagna d'Africa; ci sono fotografi (tanti) ed amici dei partecipanti. E' un evento non competitivo e l'atmosfera è rilassata.
finalmente alle 5.05 mi timbrano il cartellino.
La strada, per la prima parte è in lieve discesa e meno male: non ho poi così tanta pratica con i pedali con i cinghietti ed il fatto di poter armeggiare in discesa senza dover pedalare mi aiuta ad infilare i piedi al loro posto e trovare una posizione confortevole; mi metto nel bel mezzo di un gruppo compatto e cominciamo prima a scendere e poi a salire dolcemente per la strada che ci porterà ai piedi del castello di Brolio.
Spingo una rapporto bello duro con naturalezza; so che dovrei stare più agile perchè una bassa frequenza di pedalata, se non si è troppo abituati, brucia le gambe;
me ne fotto e per provare la mia forma spingo sulle prime salitine prima un 53x13 (un giro di pedale, 4 giri di ruota), poi un 53x15 (i conti fateveli voi...) e vado via veloce ma tranquillo come un grosso diesel...
Dopo un po' sono con quelli alla testa del gruppo al quale prima ero in coda... mi sono allenato poco, insomma, quel che il lavoro mi ha permesso di fare, però ho fatto buoni progressi grazie ad un corredo genetico niente male (non per vantarmi, ma se sono sopravvissuto fino ad ora con quel che ho combinato vuol dire che sono bello resistente)... ora i progressi li vedo non solo nell'antipatico fatto che le mie gambe non entrano più agevolmente come prima nei miei Levi's 501 ma anche perchè arrivo ai piedi del Castello che sono appena riscaldato.
Nei racconti che sentivo dell'Eroica la salita del Castello è sempre descritta come un discreto strappo perchè è il primo impatto con lo sterrato in salita e pende un bel po', diciamo sul 10%; io questa salita l'ho già fatta con la Chesini Innovation ed una salita al 10% , più o meno di questa lunghezza, l'ho fatta anche, attorno a Dolcè, con la Miyata; così non sono troppo preoccupato.
Un unico ma rilevante dettaglio: con i rapporti che ho non posso andare piano! Sono costretto a salire velocemente per evitare di pedalare troppo lento ed inchiodarmi, così salgo in questa atmosfera magica, tra gli alberi ancora avvolti nella notte e nella foschia, su questa strada delimintata da dei lumini che hanno messo a destra ed a sinistra, zigzagando tra gli altri ciclisti che salgono pedalando agili ma facendo poca strada, con i loro rapporti corti; nel buio, il gruppo che prima era compatto si sgrana, chi va di più, chi va di meno; qualcuno urla il nome di un amico cercandolo nel buio e arriva la risposta dalla curva di sotto... sembra una scena da trincea; sorrido e pedalo.
Quando arrivo in cima sono già un centinaio di metri che spero che la salita finisca perchè a correre così con il 42-23 le gambe friggono; c'è chi ha già bucato e si ferma a riparare, c'è chi prende fiato e si ferma un attimo; io faccio 10 secondi di sosta solo per rendermi conto che il castello di Brolio me lo sono bevuto veloce come uno shot di vodka.
La discesa che segue è nota per mietere vittime: c'è un buio pesto, è sterrata, pende almeno quanto la salita che l'ha preceduta ed il fondo è bagnato; io inizio a scendere pianino ma dopo 50 metri mi rompo e mollo i freni; è vero, ho delle ruotine sottili sottili (ah, per la cronaca, per non rovinare l'estetica della Miyata ed essere quasi sicuro di non bucare ho montato le super collaudate Michelin Pro 4 Endurance da 23, le gomme lisce come il culo di una principessa, ed ora le sto sfregando ben bene sul ghiaino abbozzando anche un intraversamento su una curvetta secca dalla quale però esco alla grande e, soprattutto, vivo).
Si alterna qualche saliscendi finchè arriva il pezzo un po' in salita che l'altra volta mi son fatto a canna...
Sgrat, sgrat, sgrat...sento nel buio i cambi dei miei vicini che, intravedendo la salita nelle tenebre, cambiano marcia e buttano su un rapporto agile per non rimanere piantati;
noto che a bordo strada c'è una casa e della gente che guarda passare gli "Eroici"; è la mia occasione! cioè, non posso proprio resistere! Anzichè passare alla corona più piccola, mi limito a scalare una sola marcia e passo dal 53-13 ad un 53-15 e ci do dentro come Satana; supero tutti, mi faccio la salita ai 40 all'ora.
Non dimenticherò mai la faccia allibita, intravista nel buio, occhi sgranati, di quelli a bordo strada che hanno visto, per un attimo, questo ebete che saliva come una moto avendo da fare altri 180 e più km..... Ok, la pagherò e sono un esibizionista, ma... che figata!!!
In questa parte del percorso c'è un po' di saliscendi ed è ancora buio; ad un certo punto sono costretto a rallentare; non vedo veramente dove sto andando; poi mi accorgo che il mio faro, con le vibrazioni, ha finito a puntare per terra, in pratica mi sta illuminando la punta dei piedi mentre pedalo; lo raddrizzo mentre noto, in lontananza, un fascio di luce tipo discoteca che punta al cielo...
quando arrivo mi rendo conto che è un gruppetto di tranieri che sta riparando una foratura: due fanno luce con i loro fari e il "bucato" sta togliendo la ruota dietro: il fascio di luce è il faro che è attaccato al manubrio della bici che è per terra e che punta in cielo: non so con cosa funzioni, forse a plutonio, ma complimenti, non è un faro, è una spada laser!
Ad un certo punto, appena dopo Siena se non sbaglio, arrivo ad mitico salitone che so di dover affrontare a tutta birra: è una di quelle salite brevi ma ripidissime che prese piano diventano un calvario, prese con slancio si passano via abbastanza agevolmente; sarà lunga 200 - 250 metri, solo che la stronza si trova dietro ad una curva, quindi, se non lo sai, arrivi bello tranquillo provenendo dal falsopiano e ti inchiodi in salita; ma io lo so bene e dopo la curva accelero a canna
ok, non proprio così, però ci do dentro... il mio piano però va a puttane dopo pochi metri: il salitone ha fatto da tappo al gruppo che mi precedeva e che, non aspettandosi il "muro", si è compattato: quindi mi trovo davanti una discreta folla che va a passo d'uomo.
Sono costretto a scalare di brutto e, addirittura, a frenare in salita per non finire nel culo ad un tipo che sta andando a zig zag contorcendosi come un'anima dannata sulla bici per tentare di salire senza mettere giù il piede.
A bordo strada qualcuno ha gettato la spugna e va a piedi; io riesco ad arrivare quasi in cima facendomi strada tra quelli più lenti e sommessamente chiedendo: permesso, permesso, attenzione, permesso... poi ad un certo punto, dal retrotreno sento: sgrat, sgrat, sgrat, sgrat...clack... faccio appena in tempo a pensare "oh, cazzo" e poi, nel buio, rieccheggia netto: "nooooooo, il ventuno nooooo....."; in breve, per qualche arcana ragione il cambio ha perso un po' di tensione e mi ha buttato giù di un ingranaggio, da quello con 23 denti a quello con 21 denti; l'effetto? Bhe, è come se la Sora Lella mi fosse montata in canna all'improvviso mentre pedalavo in salita; spingere sui pedali diventa un'impresa ma mi alzo sulla sella e spingo più forte anche se le mie ginocchia cominciano a dire qualche frase in veneto... spingo talmente che mi fanno addirittura male i piedi ma arrivo in cima, mi fermo e prendo fiato perchè sono veramente a fette.
Manca poca strada al primo ristoro, diciamo 5 o 6 km facili facili ma, dopo un breve pezzo fatto con rapporti agili ho già recuperato alla grande; ad un certo punto però mi accorgo che sto pedalando come un orso da circo; con le botte che ho preso la sella è scesa totalmente, sto pedalando rannicchiato e devo fermarmi a rialzarla; so bene che in questa posizione non si esprime una grande forza e che, anzi, alla lunga mi può causare dei crampi; ho tutti gli attrezzi che servono (ovvero due brugole uguali) e non è un problema.
Rimonto in sella, tiro indietro il pedale per infilare i piedi nei cinghietti, e parto: sgratagranstargantargat.
penso, illuso, "mi sarà caduta la catena..."; mi fermo e guardo incredulo il cambio; inspiegabilmente è accartocciato dentro al pignone in una posizione che non ho mai visto; la gabbia che racchiude la puleggia posteriore si è incastrata tra due pignoni e, per quanto tiri (con la dovuta delicatezza, è pur sempre un cambio di quasi 40 anni fa...) non riesco a smuovere la situazione.
Mi rassegno a fare la strada che mi separa dal punto di ristoro a piedi: lì forse c'è assistenza meccanica; mi faccio quasi 2 km camminando nella campagna che si sta svegliando, velata di foschia, con tutti quelli che ho superato prima che ora mi sorpassano, finché vedo un furgone dell'assistenza fermo a bordo strada che aiuta un tipo con il cambio frullato; che culo! mi metto in coda e aspetto che finisca.
Dopo dieci minuti che aspetto arriva un ragazzo tedesco che ha lo sterzo che va a destra e sinistra un po' come gli pare a lui (nulla di grave, si sarà svitata la pipa dello sterzo e non ha la chiave per stringere); io lo guardo, lui mi guarda e vediamo che abbiamo tutti e due una Koga Miyata!! Insomma, siamo nel bel mezzo del Chianti, io italiano, lui tedesco e tutti e due con una bici olandese - giapponese: la mia una Road Racer arancio, lui una Gents Racer azzurrina e bianca taroccata che monta un terribile cambio shimano 105; mi dice in inglese, con un accento che non lascia dubbi sulla provenienza, che per questi eventi ci vuole un cambio affidabile, anche se non è bello; non sono d'accordo, un conto è il 105 cosiddetto "Goldenarrow" ma il suo è un recente 105 che proprio non mi piace, con il mio 600 Arabesque non c'è proprio paragone...più figo il mio, a destra...
con il senno di poi penso: "eh, però il suo funziona, io per ora sono a piedi" ma un po' di stile ci vuole e lo si può anche immolare alla funzionalità in queste occasioni.
Scambiamo uno sguardo alle due Koga Miyata come se fossimo due alfisti che si sono incrociati nel deserto della Mongolia e dopo tre minuti siamo praticamente fratelli; ci mettiamo a bordo strada ed in due facciamo il miracolo: sblocchiamo il mio cambio; mi fa notare però che ho perso il perno che tiene il dente di cane.
parentesi tecnica: il dente di cane è chiamato così per la tipologia delle bestemmie che si generano quando ha un problema; è quella parte che nel cambio si trova appena sotto la puleggia superiore; in pratica la catena scorre tra il dente di cane e la puleggia; nei cambi Campagnolo che ho visto in tutta la mia vita quel pezzo è fisso, è saldato al cambio per intenderci; metterei una foto per spiegarvi meglio ma questo non è un trattato tecnico, è solo il blog di uno che stasera proprio non aveva voglia di andare in palestra e, quindi, è qui che cazzeggia dietro alla tastiera.
Nel mio Shimano 600 Arabesque, contrariamente al Campagnolo, è stata inserita una "finezza": il pezzo è mobile ed ha un bottone di rilascio che permette di aprirlo e farlo scorrere in basso.
In teoria è utile perchè permette di far uscire la catena dal cambio (o rimettercela dentro) senza doverla tagliare; ma qui, cazzo, si è sfilato il bottone di rilascio e sto andando in giro con il dente di cane aperto; finchè pedalo avanti nessun problema ma se pedalo indietro, perchè prendo una buca o perchè posiziono il pedale da fermo per ripartire, il dente si incastra nella catena e la gentile spinta delle mie gambe spara il cambio indietro, nel mezzo del pignone.
Non c'è verso di sistemare la cosa, devo evitare ad ogni costo di dare anche un solo colpo di pedale all'indietro, pena il bloccaggio di tutto ed, ogni volta, 10 minuti buoni di pensieri impuri per far tornare tutto alla normalità e ripartire... in tutto il percorso mi capiterà altre sei volte!! Dopo la quinta ero peggio di Attila (ok, A come Atroccittà, T come Terrore e Traggeddia, etc...), dove passavo non cresceva più l'erba...
Arrivo quindi al ristoro di Radi ma c'è una bolgia fotonica: ho ancora acqua e mangio solo una barretta di fichi e datteri che mi sono portato da casa; dal meccanico c'è una fila impressionante; evidentemente i primi km hanno messo a dura prova le vecchie bici; io tutto sommato riesco a proseguire e così non mi pongo il problema; proseguo fino a Montalcino e faccio un pezzo super ripido e sterrato in compagnia di un tipo di L'Aquila che ora vive da qualche altra parte, che ha i rapporti corti ma una trentina di chili di troppo e quindi manco ci prova a fare quella salita in bici;
il fatto che abbia rotto il cambio, poi saltato un ristoro (il timbro sul carnet di viaggio lo mettono in un punto di rifornimento acqua qualche km dopo) mi fa arrivare a Montalcino praticamente in solitaria.
Comincio a scendere e per un attimo temo di aver sbagliato strada; poi in lontananza vedo un altro eroico con il numero sulla schiena, lo raggiungo e lo passo via su un falsopiano, finchè, alla mia destra, inequivocabile, una bolgia di magliette colorate davanti alla cantina di Montalcino: son tutti lì che mangiano e bevono dopo aver fatto una breve coda per i consueti timbri.
da lì in poi a tutti i punti di ristoro mangerò senza ritegno e come un vero barbaro: torta, salame, di nuovo torta, pane e nutella, formaggio, torta ancora; sto bruciando una tonnellata di calorie e so che se non mangiassi finirei le energie a breve; da Montalcino in poi la strada non la avevo fatta in bici nella prova estiva che mi aveva portato da quelle parti ma in macchina, così non so bene cosa mi aspetta perchè un conto è fare una salita seduto comodo sui sedili in pelle di una 4x4 con lo sguardo come dire "però, duretta questa" ed un conto è farsela in bici;
devo dire che da Montalcino in poi non ci sono grandi strappi, anzi, si va via proprio bene, fino a quando si arriva in prossimità del Monte Sante Marie.
qui tutti dicono che è una cosa massacrante, che ha una pendenza micidiale, che è sterrato, che tutti se la fanno a piedi: bhe è tutto vero! Ho visto salire in bici solo qualche tipo con rapporti cortissimi e, ad onor del vero, un tipo che spingeva quello che sembrava un 42x25 andando lentissimo: probabilmente dopo l'arrivo avrà buttato via le sue rotule, però complimenti, era un caterpillar!!
Con il 42x23 io nemmeno ci provo: la salita è oltre il 15%, il fondo non è il massimo e io accuso un po' la stanchezza; in più non posso assolutamente spostare i pedali indietro per ripartire se mi fermo, grazie al dente di cane smollato, ed ho i pedali con i cinghietti; tutto questo insieme prelude ad una bella passeggiata spingendo la bici e devo dire che ho fatto anche fatica a spingerla; per avere una idea della pendenza, è tipo la rampa di un garage di quelle serie, però su sterrato e lunghissima... due palle insomma.
Chiedo ad un giovane ma grigio fotografo barbuto, acquattato nel prato, che ha un'aria un po' familiare, quanto manca per scollinare e quello mi risponde, mangiandosi tutte le "C" possibili, "tranquillo, passi la curva e dopo quella casa è tutta discesa..."; gli sorrido e gli dico, "però ... menti bene, sai...."; lui si mette a ridere e io continuo a spingere.
Arrivato praticamente devastato in cima faccio un pezzetto di discesa spaccabraccia e un pezzettino di falsopiano, poi, in cima ad un'altra collina in lontananza vedo l'Arcangelo Gabriele che mi fa il saluto romano con il braccio teso.
Sbalordito ma un po' lusingato da questo onore, mi avvicino e non è affatto l'Arcangelo Gabriele: è un ragazzino tedesco alto uno e novanta, biondino, occhi azzurri, con pantaloncini bianchi, maglia bianca e bici bianca che richiama la mia attenzione; sembra piovuto lì da un catalogo di abbigliamento perché è veramente immacolato ma ha in mano due camere d'aria bucate e la ruota a terra.
Sarai pure l'Arcangelo Gabriele ma, vecchio, vedi di protestare con chi di dovere: 3 forature sono 3 forature!
Mi chiede se ho un patch ('na pezza) ma io non le porto mai con me; fiducioso della resistenza delle mie ruote, gonfiate al limite e dure come il marmo, gli regalo una camera d'aria visto che non ho ancora bucato e ne avanzo comunque una di riserva.
Mi ringrazia tanto e lo abbandono in mezzo al nulla, insomma, poi l'ho visto arrivare, quindi, non è stato sbranato dai lupi...la mia coscienza è a posto.
Arrivo a Castelnuovo Berardenga dopo aver incrociato: un tipo che stava aspettando i suoi amici da mezz'ora...lui è di quelle parti e l'Eroica la fa con una bici un po' scassata ma funzionante e rapportata corta con la quale un anno ha perso una pedivella; un tipo che ha rotto un raggio della ruota dietro e viene salvato dai meccanici del punto di ristoro; due tipi in tandem che hanno perso una delle spine che tiene il pedale sull'asse del movimento centrale; gliela cambiano, la riperdono e tornano indietro; un tipo che camminava nel pieno sole, come un cane abbandonato dalle forze, perchè aveva saltato tutti i ristori e si trovava senza più energie a camminare su una salita, obiettivamente, pedalabile e che rifiuta la mia offerta di un po' d'acqua dicendomi "ma tanto il ristoro dovrebbe essere qui - in realtà mancano 7 km); un gruppo di sciammanti che ormai, abbandonata ogni velleità di arrivare a destinazione con la luce, si erano accasciati a Castelnuovo a mangiare e bere senza ritegno; due simpatici delinquenti con tatuaggio sul collo e circa 55 anni a testa che andavano in salita come delle schegge - ci siamo fatti un pezzo assieme su una discesa e falsopiano, dandoci il cambio e sorpassandoci ripetutamente come dei caccia: è stato bellissimo; un distinto signore che faceva il percorso lungo per la prima volta ed aveva la moglie che, in auto, gli dava appoggio logistico.
da lì, un rapido rifornimento e poi giù di nuovo, verso Pianella, con il sole che ormai si stava abbassando e poi di nuovo in salita spaccagambe, al buio più totale, per poi ridiscendere fino a Gaiole;
All'arrivo la gente per la strada ci incitava e ci applaudiva; io ero sudato come un porco (l'anno prossimo mi converto alla maglia di lana, ne ho vista una stupenda che ha come sponsor una vecchia compagnia aerea - Sunair - e una marca di sigarette che non fanno più - Boule d'Or - e mi pare perfetta per una manifestazione ciclistica)
comunque sono veramente a pezzi; non ho avuto crampi, non ho avuto dolore alle gambe, neanche dopo, ma ero veramente in riserva ed avevo perso litri d'acqua:
dopo un gelatino ed una Fanta, ero già messo meglio.... poi via, in coda con gli altri, forse partiti come me con il buio ed arrivati con il buio dopo una giornata nel sole e nelle stupende campagne che abbiamo attraversato
poi la "premiazione", bottiglia di vino dei 209 km e medaglietta al collo ... "grazie, ho detto alla signora che me la infilava" ...."grazie a voi", mi ha risposto sorridendo...
forse è proprio questo il senso di questa manifestazione: ci si diverte e ogni uno porta qualcosa, un pezzo di sè, un po' della propria fatica, su quelle strade... il paese per quei giorni vive emozioni e valori di altri tempi: ciclismo a "pane e salame", telai di acciaio e berretini colorati; vecchiotti, giovani scanzonati; vino e aranciata; problemi meccanici e gente che ti aiuta.
Ma cos'è allora che insegna L'Eroica ... alla fine è un giro in bici...forse ha di bello che è dura, sì, ma non è competitiva; è un po' come dovrebbe essere la vita.
La rifarò? Non lo so, intanto ho già riprenotato un albergo, ehehehe.... ed è già iniziato un nuovo progetto, il progetto "X - Uno" che detto così sembra una cosa da James Bond ma in realtà è una bici che, se tuto va bene mi porterà al traguardo della prossima edizione!
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