martedì 7 marzo 2017

WHITE RUSSIAN

Parto sempre così... è inevitabile.
C'è tempo, c'è tempo, c'è tempo... Ma poi è come se avessi la sensazione che il tempo fosse pronto a correre più veloce di me e  non mi bastasse mai...  e più mi dico che per avere qualcosa c'è tempo più la voglio subito.
Quando andai da Fabrizio a prendere quel telaio a strisce pensando di costruirmi una bici per la prossima Eroica avevo davanti quasi un anno... sai ci vuol tempo, verniciare, trovare i pezzi, montarla, regolarla, provarla... etc, etc... a 11 mesi dall'Eroica avevo già comprato  quasi tutti i pezzi e ne avevo già montati un bel po'. Io le cose le voglio subito.

Penso a queste cose e penso a come questo impeto a volte  mi abbia  spinto anche un po' troppo... ho fatto dei bei casini perchè volevo tutto e subito.

Come sarebbe stato romantico fare avanti ed indietro per tutti i mercatini dei pezzi usati di mezza Italia, con l'autunno incipiente e quella foschia che rende la spianata della Valpadana quasi magica (non esageriamo eh, quando c'è la nebbia non si vede un cazzo...) e trovare un vecchio pedale qui, un freno là, una leva del cambio ululà...  macchè... altro che mercatini!  eBay ... eBay come se non ci fosse un domani, carta di credito carica e pagina aperta su Velobase, la bibbia... ma che dico? Di più, di più, altro che bibbia,  la Wikipedia dei pezzi di biciclette vintage.

Insomma, io mi ricordo perfettamente come erano i pezzi della mia Chesini X- Uno. Certo, ho la mente piena di leggi, di codici, di sentenze che occupano un buon 50% dello spazio; poi un 30% è occupato di ricordi inutili, date, orari etc... ed è un rimasuglio di una mia epoca buia; a cosa servono?  Servono solo quando in una discussione dico la frase "tu fai sempre così" o "tu sei così" e ricevo la risposta "ma, no... non è vero.. .fammi un esempio..."; ecco, io magicamente risponderò, il giorno tale del mese tale (magari dieci anni prima), alle ore tal dei tali, hai fatto / detto così...  il tutto con una precisione disarmante; insomma questo 30% di spazio occupato in realtà non serve ad una beata mazza se non a far incazzare l'interlocutore/interlocutrice... 
 Il rimanente 20% è suddiviso robe tecniche (diciamo un 5%) e per il resto da episodi della vita, bei ricordi, immagini... 
E' curioso, più una cosa per me è stata coinvolgente, meno me ne ricordo i dettagli; conservo solo la sensazione, gli odori, la luce,  un'impressione al tempo stesso vivida e sfuocata che dà l'essenza del momento.  Ad esempio: mi ricorderò perfettamente che il 12 dicembre del 2003 alle ore 21.22 mi stavi rompendo i coglioni con dei discorsi incoerenti ma non mi ricorderò nè la data nè cosa c'era intorno mentre guardavamo un tramonto sul mare; mi ricorderò esattamente che il 12 marzo  del 1994 hai mentito spudoratamente su quel che avevi detto un anno prima ma non mi ricorderò neanche quanti anni avevo quando stavo sdraiato nell'erba profumata, in un campo ai piedi di una montagna, la mia bici rossa lì vicino,  mentre un temporale in lontananza già faceva volare bassi gli uccelli a caccia di insetti, un soffio sopra il mio naso.

Non è poi male conservare solo le belle impressioni in una vita fatta di troppi dettagli, quindi non rompetemi le palle se non mi ricordo  se ho mangiato o cosa ho mangiato a pranzo... 

Della mia X - Uno ricordo molto e non solo il colore rosso, brillante, profondo che lambiva tutto il telaio fino alle cromature del carro posteriore;  ricordo anche i dettagli tecnici perchè l'ho lavata, oliata e lucidata così tanto ...  però all'epoca non sapevo molto di tecnica e non sapevo nemmeno esattamente che modello di cambio montasse a parte che era un Campagnolo ed era bello lucido, quindi ho dovuto vedere le foto di molti pezzi per dire che erano proprio quelli  e poi, a dire il vero, non li ho trovati nemmeno tutti tutti uguali...

La X - Uno che avevo io era, forse, una  delle ultime prodotte ed aveva due cose che all'Eroica non sono ammesse: le leve dei freni "aero", ovvero con i cavi che passano sotto la nastratura del manubrio, ed i pedali Look, ovvero quelli con gli sganci rapidi, un po' tipo scarponi da sci.  Il telaio che ho comperato apparteneva ad una delle prime versioni e quindi la costruirò con leve dei freni "non aero" e con i classici pedali con la gabbietta ed i cinghietti, prima dell'avvento dei pedali Look, ovvero pronta per l'Eroica.

Nella storia dell'umanità, attorno agli anni '80, diciamo tra il 1986 ed il 1988, c'è un buco nero; la Campagnolo, rinomatissima azienda vicentina produttrice di parti per biciclette, nel 1986/87 dà una svolta alla produzione; nel 1985 al gruppo Super Record si affiancano il "Victory" ed il "Triomphe"; sono un po' più massicciotti ma rimangono abbastanza squadrati e sono di un livello un po' più basso del "Record"; nel 1986 viene  arriva il C- record, e poi l'anno dopo (anche se era stato presentato nel 1986 ma inserito nel catalogo del 1987) cominciano la loro strada il  gruppo "Chorus" ed il gruppo "Athena". 

Questi gruppi erano un passo avanti pazzesco nel design, per me sono dei pezzi di arte e di meccanica; tutti, è vero,  derivano come concetto dal primo cambio a quadrilatero inventato dal vecchio Tullio Campagnolo, che nel frattempo ci aveva lasciati nel 1983, ma sono bellissimi, levigati, suadenti, lucidi; insomma, sono la quintessenza degli anni '80, dove l'aspetto contava, ma con la sostanza di un ciclista vicentino degli anni '40: patinati ma solidi;  vestito della domenica  ma  zappa sul sedile posteriore della Fiat Argenta.

Su eBay se ne trovano e hanno raggiunto dei prezzi niente male ma la cosa più complicata è riconoscere un Chorus primo modello del 1986/1987 da uno del 1988 o del 1989; o distinguere un Chorus da un Athena...prendetevi un catalogo Campagnolo di quegli anni e cercate le differenze...sono quasi uguali anche per un esperto!

Sono quasi certo che la mia X - Uno era montata Chorus e così cerco di trovare tutti pezzi che non siano post 1987 ... ok, è vero, l'87 per l'Eroica è l'anno limite ma anche un modello del 1990 ma quasi identico ad uno dell'87 andrebbe bene ma io cerco di stare alla regola e così mi metto d'impegno a cercare tutti pezzi ante '87 o al massimo di quell'anno.

Per prima cosa compero le ruote: trovo da un privato in un paesino tedesco dimenticato da Dio un paio di ruote campagnolo nere con già montato un pignone che va da 14 denti a 26... come avrei voluto un 28 o un 30 che mi avrebbe salvato sulle salite più dure... ma dove non arriveranno  i rapporti teneri arriverà la mia tenacia e 26 denti sono sempre meglio dei 23 che ho sulla Koga Miyata (sorry baby ma sei dura da morire in salita).



I cerchi arrivano e son ben messi, girano diritti, sono scorrevoli ed hanno anche un bel paio di mozzi Campagnolo con il loro sgancio rapido (anche questa una invenzione del mitico Tullio).


Ci monto due camere d'aria di quelle di gommaccia nera (niente roba delicata in lattice, materiali esoterici, etc..) e metto su due stupendi copertoni lisci lisci Michelin Pro Race Service Course con la spalla bianca...  non saranno resistenti come i Pro4Endurance ma sono una meraviglia e starei due ore a guardarle 'ste ruote. Ovviamente tutto il montaggio lo faccio nel soggiorno di casa che per un po' viene riconvertito ad officina meccanica...


Poi compero da Roma le pedivelle e le corone; ma perchè solo i pezzi comperati in Italia mi danno problemi? Le pedivelle, anche loro Chorus, sono bellissime, per avere 30 anni sono lucide e quasi perfette ma le corone... le corone.. dovevano avere 39 denti (la piccola) e 52 denti (la grossa) ma arrivano con una strana accoppiata 39-50.



Ecchessarà mai, 2 denti in meno... penso, calcolando lo sviluppo metrico della corona da 50 con abbinato dietro il pignone da 14-26... che sarà mai.... che sarà mai... sarà che non va bene!  
Il deragliatore della X -Uno, in sostanza quello che sposta la catena tra corona piccola e corona grande, va fissato su un piede metallico saldato al telaio, più di tanto non si può regolarne l'altezza che è abbastanza vincolata;  tra la battuta esterna del deragliatore e la corona non possono esserci più di 2 o 3 mm; un millimetro in più ed il deragliatore non cambia bene; sembra impossibile ma è così e la corona da 50 è proprio di un paio di millimetri troppo piccola.



Mi procuro quindi, con l'aiuto della Madonna di Monteberico,  una corona  Campagnolo da 52, fatta arrivare da non so dove, e la monto; con il deragliatore Chorus va perfetta e la battuta esterna si allinea benissimo alla giusta distanza.

Poi faccio arrivare, questa volta dal Regno Unito, un cambio posteriore Campagnolo Chorus "dualmode".



Questo è uno dei primi prodotti, è un gioiello forgiato da Alberico nell'Oro del Reno, sottratto alle ninfe guardiane, ed è meraviglioso;  il "dualmode" era per l'epoca un fenomeno e pochi lo conoscono: il corpo centrale del cambio può essere svitato e girato, così da variare l'inclinazione del suo movimento; in questo modo può essere pronto e scattante con rapporti "old style" (posizione A) o più morbido nella cambiata e più tollerante, digerendo anche rapporti più insoliti, almeno per l'epoca, (posizione B)... ehm... ok, posizioni, rapporti insoliti, stiamo ancora parlando di bici, ok?

Comunque solo pochissimi alchimisti sanno come scegliere correttamente la posizione A e la posizione B, e ci sono 3 regole fondamentali  da sapere; si dice che sbagliando posizione e pedalando all'indietro si evochi Satana (nacque proprio in quegli anni l'espressione "Porco Demonio!!",  rispetto alle tradizionali bestemmie in voga nel Vicentino un'innovazione pari, almeno, a quella portata dal cambio Chorus DualMode nel panorama meccanico - ciclistico mondiale);  insomma è bene stare molto attenti alla posizione che si scleglie!

Io le regole le so e so che se la differenza del numero di denti tra il pignone piccolo e quello grande è uguale o maggiore di 12, il cambio va impostato sulla "B": 26-14 = 12 ... e "B" sia!

Montata una catena nuova di pacca (scusate ma io una catena "Regina" degli anni '80 a quasi 90 euro non la compero perchè è un pezzo soggetto ad usura e con 12 euro da Decathlon mi compero una signora Catena  e con gli altri 78 euro altro che "Regina" salta fuori...), il sistema di trasmissione è completo: corone, pignone, deragliatore anteriore, cambio posteriore, catena.

Tuttavia per muovere cambio e deragliatore servono dei comandi e dei cavi e qui veniamo alla parte esoterica. Dicono che Julius Evola, noto filosofo ed autore di leggere letture da cesso  come "cavalcare la tigre" o "l'uomo come potenza", sia morto perchè passeggiava durante un bombardamento. Pare fosse andato fuori di testa tentando di fare il lavoro che ho fatto io per montare le dannate leve del cambio ed i fili che portano queste ai loro sottoposti (deragliatore e cambio).

Le bici eroiche devono avere le leve del cambio sul tubo obliquo: non sono ammesse leve sul manubrio o integrate nelle leve dei freni; benissimo: visto che due leve del cambio Chorus costano più o meno come una settimana alle terme, compero, comunque a caro prezzo (tipo una cena per due ed un drink a testa come dopocena), le due leve del campagnolo Triomphe; si tratta di comandi abbastanza simili e che lavorano "a frizione".

Vi state chiedendo cosa si intenda per leve che lavorano a frizione? Perchè me lo sono chiesto tanto tanto anche io quando quel che ho acquistato è arrivato in un sacchettino dove, assieme alle leve, c'erano un numero notevole di rondelle, alcune in ferro, altre in gomma, alcune in plastica, due viti con un galletto ciascuna e, soprattutto, niente istruzioni.

Questa è una foto di repertorio presa su internet ma è per rendere l'idea... i miei però sono NOS, simpatico acronimo per dire "te paghi un mucio de schei", perchè siamo New Old Stock, ovvero freschi di magazzino ancora nella scatola dagli anni '80.



Non mi do certo per vinto: scarico un catalogo Campagnolo, guardo i disegni e ragiono su come questa alternanza di dischetti, pressati da una vitina possano generare all'interno del comando una frizione tale da contrastare la molla del cambio ed al contempo permettere di cambiare le marce: cioè deve essere abbastanza dura ma non troppo; solida ma scorrevole; alla fine riesco (peraltro con una semplicità che mi ha sorpreso) a mettere tutti i dischi nell'ordine corretto e tiro le levette... devo aver avuto lo sguardo di un bambino quando per la prima volta fa andare una macchina a molla... tenere ma solide, scorrevoli ma frenate... ora per vedere se tengono non resta che mettere i cavi.

I cavi...Fabrizio sei proprio saggio... il telaio me lo hai dato con  i cavi ancora infilati dentro perchè dovete sapere che la X-Uno ha la particolarità di avere tutti i cavi (cambio, deragliatore e freno posteriore) che girano dentro i tubi.  

Quelli del cambio passano su un rocchetto di alluminio ricavato dal pieno, che circonda il movimento centrale: è un pezzo introvabile e non è nemmeno della Campagnolo (il movimento centrale era rivestito in plastica) ma realizzato da Chesini solo per quella bici; la mia lo ha ed è una cosa rarissima!!!

Quando ho portato a veniciare la bici Mr. Spray mi ha chiesto se potevo togliere i cavi o se era un problema ed io, con aria da intenditore e dimenticando quel che mi aveva detto Fabrizio ("non sta a cavar i cavi che dopo te vien matto a meterli dentro denovo") e pensando che a casa avevo dei cavi e delle guaine imperiali nuovi di pacca, ho risposto "ma no, tranquillo, toglili se ti danno fastidio che poi ci penso io a rimetterli dentro"...

Livello di difficoltà: immaginate di infilare un sottile cavo di acciaio nello scarico del lavandino e, senza vederne il percorso, farlo uscire dall'orecchio destro della figlia della vostra vicina di casa; questo è il livello di difficoltà per far passare i cavi dentro i tubi della Chesini X - Uno, perlomeno quello del deragliatore e del cambio.

 Si tratta, infatti, di infilare i cavi  dove ci sono le leve del cambio, farli scendere  attraverso il tubo obliquo, poi farli girare attorno al movimento centrale, sul rocchetto di alluminio, e poi, uno, fatta questa curva, deve uscire in alto, quasi a 90 gradi, ed andare agganciato al deragliatore; l'altro deve infilarsi  alla cieca dentro il fodero destro ed uscire da un piccolissimo foro in prosismità del cambio.  Ora, non vi dico cosa non ho provato per guidare questi fottuti cavi di acciaio: calamite al neodimio, uncini fatti con sottilissimi fili di acciaio, aspiratori, invocazione di divinità egizie, telecinesi, trasmigrazione attraverso satori, ma poi, poi... la soluzione, quella cosa che nella vita risolve più di mille preghiere, più di una pastamatic, più di un avvocato tenuto a digiuno per tre giorni e bastonato regolarmente, chiuso in un sacco di juta assieme ad un gallo da combattimento: il culo, una notevole dose di culo e dopo innumerevoli tentativi ecco i due cavi fare capolino nelle rispettive uscite.



Quel foro a forma di cuore rovesciato che è il segno distintivo della X - Uno, che sta sotto al movimento centrale e che era l'unico punto nel quale, per 4 cm, si vedevano passare i cavi è stato, per tre ore, un'apertura sugli inferi. 

Comunque alla fine prendo i cavi, li allaccio al cambio ed al deragliatore e con un po' di mano ed un po' di orecchio regolo la cambiata che risulta fluida, regolare, dolce come una bici appena uscita da un meccanico nel 1987!.



Ho comperato due freni Chorus Monoplaner; se i freni Delta della Campagnolo non frenano un cazzo ma sono belli, belli in modo assurdo, i freni Chorus non saranno certo al livello degli attuali freni a disco ma ti piantano sull'asfalto come se buttassi giù un'ancora... e sono bellissimi anche loro, compatti, aerodinamici, deliziosamente anni '80 (dicono che alcuni avessero anche il vizietto di tirare un po' di povere bianca, il che rendeva la frenata un po' "nervosa" per così dire... ma mica si può avere tutto, ogni epoca ha i suoi vizi e gli anni '80 si sa come furono...


(immagine presa da Velobase perchè le foto che avevo fatto ai freni erano pessimissimissime).


Mi spiace ma le leve dei freni le ho prese di una qualche marca strana molto simile alla Campagnolo: non ho proprio voglia di raccontarvi la triste storia della prima consegna delle leve arrivate sbagliate e restituite dopo una breve diatriba.

La frenata è potente e le guaine rosso fuoco con i fili interni in acciaio spruzzato di teflon sono meravigliose e scorrono che è un piacere, forse le ho lasciate un pelo lunghe ma potrò rimediare.

In attesa di trovare su eBay un paio di pedali con i cinghietti che mi soddisfino (mentre scrivo sono in attesa di due sculture moderne trovate in UK: due Campagnolo Triomphe  a pianta larga da favola) monto due pedali Shimano a sgancio rapido che non saranno bellissimi ma per allenamento vanno più che bene....

Ormai ci siamo ... cosa manca... ah... ecco, la nastratura del manubrio, il tubo della sella e la sella.

La nastratura del manubrio non la avevo mai fatta e devo dire che era una di quelle cose per le quali  pensavo "questo lo faccio fare da un esperto, è impossibile"... guardo due tutorial su youtube e divento il gran maestro cintura nera dei nastra-manubri (ehehe... scherzo, il primo nastro l'ho buttato ed al secondo tentativo è venuto fuori un lavoro quasi perfetto... insomma manualità ne abbiamo).

Poi devo trovare il tubo reggisella... cazzo, Fabrizio lo aveva e io, come un pirla lo ho lasciato lì... misuro con il calibro l'interno del tubo e trovo su eBay il suo "maschio": per la cronaca, 55 euro per un pezzetto di tubo.

Come sempre le misure contano, soprattutto quando si parla di tubi & affini: in quegli anni i tubi della sella si usavano delle più svariate misure a step, solitamente, di 0,2 millimetri. 
Il fatto è che non si può sbagliare; se la larghezza dei punti di appoggio di una ruota posteriore può essere sbagliata, rispetto al telaio, anche di 2 - 4 mm senza generare grosse tensioni strutturali se si parla di un telaio di acciaio  (anche se sarebbe sa evitare), 0,2 mm in più o in meno nella  sommità del tubo piantone possono essere forieri di gravi danni.

Ovviamente arriva il tubo e non entra; ma come? ho misurato anche con il calibro!!! poi mi viene il dubbio che della vernice sia finita dentro al tubo che deve accogliere il reggisella (la tolleranza è minima) e così prima gratto l'interno con un coltello, poi con una lima sottile, poi con della carta vetrata 800 pp; poi lucido il tubo della sella a specchio  con della pasta abrasiva ed un disco rotante attaccato al trapano  e...voilà, il tubo si infila dentro come...come... ehm... come... insomma avete capito... a quest'ora non mi vengono paragoni da fascia protetta.




Mi spiace tanto; vorrei tanto montare una sella vintage, una bella Concor; o una Rolls; o una Dolphin; ma non sopporto l'intorpidimento temporaneo che dà la compressione del nervo che passa prorprio sopra la sella, quindi mi prendo una sella stramoderna, con tanto di spaccatura al centro per decomprimere quella zona, considerando che all'Eroica, per la maggior parte del tempo, avrà il mio culo sopra e, quindi, nessuno la vedrà.




Bene, siamo pronti! Bici regolata e pronta per giro di prova: 200 metri ed al semaforo appena dopo casa sono in terra (senza danni alla bici, mi sono buttato di spalla contro l'asfalto ed è salva), con i piedi ancorati in modo indissolubile ai pedali Shimano che mi sono dimenticato di regolare: la molla di regolazione dello sgancio che permette normalmente di liberare il gancio posto sulla suola della scarpa mediante una lieve rotazione del piede verso l'esterno, è regolato a livello "Yama kara ochite kuru koto ni yotte, tokutei no shi", che vuol dire più o meno che buttandosi dal Monte Fuji con la bici da ubriaco e bendato, non troveranno più nè te nè la tua  bici ma i tuoi piedi rimarranno attaccati ai pedali anche per le reincarnazioni successive.

Dopo essermi miracolosamente liberato dal pedale destro, faccio 10 km e torno a casa con un piede ancora ancorato al pedale e l'altro solo appoggiato, senza far scattare il meccaniscmo infernale... mi pare che la bici vada alla grande...  Poi la provo, un bel po' di tempo dopo, dopo aver regolato adeguatamente i pedali.

Che dire: un capolavoro; la trasmissione è scorrevole, ben rapportata sull'agile ma non troppo; le cambiate (a parte i rapporti più estremi o incroci strani della catena) sono dolcissimi, quasi non ci si accorge della cambiata; i freni sono potenti ma modulabili ed i comandi dei freni, per quanto semplici, sono funzionali e trasmettono bene la forza della mano; il telaio è giusto; non è su misura, ovviamente, ma non sono troppo in avanti ed il dislivello tra sella e manubrio è moderato; è più agile della Koga Miyata e forse anche poco più rigida; la Koga, appena provata, mi stupì per come digeriva le buche e le asperità,  questa per come risponde ai comandi, pronta, scattante, fluida e precisa...è veramente da corsa... la cosa più bella è, però, quando ci do dentro e mi dà esattamente le stesse sensazioni di quella bici, quella X - Uno rossa,  di più di 20 anni fa... come dire, letteralmente, a volte  i sogni si costruiscono...

Ho poco allenamento, ho solo due mesi davanti prima dell'Eroica di Montalcino: 171 km e 3200 metri di dislivello circa e questa volta una nuova bici, costruita da me... mi  pare di aver fatto un gran bel lavoro; se non si smonterà con le vibrazioni delle strade bianche, degli "sterri" toscani, mi porterà al traguardo ed a farmi un piatto di pici cacio e pepe... sarà una bella avventura...










martedì 15 novembre 2016

X - UNO PAINTING






Andando indietro nel tempo gli eventi si accavallano, me li ricordo ma ne perdo la sequenza.

Così non ricordo esattamente quando ho imparato ad andare in bici. So che era tardi  rispetto alla "norma", potevo avere dieci o undici anni, forse; ricordo che era un'estate in campagna e il momento esatto nel quale la Graziella sulla quale stavo pedalando ha iniziato a stare in equilibrio; ricordo le decine e decine di volte che quel giorno sono andato avanti ed indietro dalla stalla dei vicini fino al ponticello che attraversava un canale di irrigazione che tagliava i campi; ricordo le vesciche che, proprio quel giorno, vennero fuori nella parte esterna del mio pollice (eh, sì, in effetti le manopole grinzose di plastica della Graziella non erano studiate per andare avanti ed indietro sullo sterrato); ricordo che smisi di pedalare solo quando il tramonto aveva dipinto con una luce arancio radente le teste dei fili d'erba.

Tutti i miei amici in campagna, più o meno della mia età o con uno o due anni in più, sapevano già andare in bici alla grande, e non solo: guidavano nei campi, ed anche per strada, la Vespa, il Ciao, e anche il lambrettone 150 sfumazzante che accendevamo scalciando sulla pedivella con tutto il nostro peso che solo un paio di anni dopo guidai anche io a canna in un campo appena sfalciato;

Insomma già all'epoca mi avevano fatto provare a guidare: un kart, una trattore John deere, un Massey Ferguson che aveva i cerchioni delle ruote motrici alti come me ed un braccio idraulico davanti, un Fiat  Agri che portava una falciatrice rotante  e non sapevo andare in bici...

In città la cosa non mi pesava, insomma, non ci avevo mai pensato, in campagna non era possibile stare senza bici, quindi c'era da rimediare.

Quel che non mi aspettavo era che, iniziato a pedalare, non mi sarei fermato se non molti molti anni dopo e soprattutto, moltissimi km dopo.

Si seguirono: una bici da cross gialla e rossa con ammortizzatore centrale e cambio a tre marce (sempre rotto) sul tubo centrale; una mountainbike grigia grigiochiaro/grigioscuro ('mazza che allegria),  una mountainbike fuxia/viola (troppa allegria....), e, prima di ricevere in regalo da mia nonna l'ultima Giant in carbonio con la quale veramente ho fatto una svalangata di strada, mio padre mi prese una bici da corsa.

Era una Chesini X - Uno usata e non ricordo bene perchè sono finito a farmi prendere una bici da corsa, avevo mio cugino che correva in bici e con il quale, a 13 anni, per la prima volta sono attivato in mountainbike fino ad Asiago  ma non ricordo che la bici da corsa avesse per me un forte appeal.

Però ero  molto orgoglioso di quella bici; primo, perchè era bellissima, di un rosso metal profondo con forcelle e carro posteriore cromati; secondo, perchè era molto più leggera e veloce della Mountainbike; terzo... non c'è un terzo... primo e secondo bastano....
però non ho tanti ricordi legati a quel mezzo:  usavo le scarpe con degli attacchi che quando scendevi rendevano scomodissimo camminare,  con le buche i cerchi erano sempre fuori centro (avevo imparato anche a centrare le ruote da solo, in modo da non dover andare sempre dal meccanico), e la Mountainbike era più comoda... così la bici da corsa l'ho usata relativamente poco.... poi quegli anni sono scivolati via, come in un vortice, ho perso dei dettagli, non mi ricordo più perchè ad un certo punto l'abbiamo rivenduta, quasi con noncuranza.

All'epoca non sapevo che quella bici, quella X - Uno,  fosse, nella prima metà degli anni '80, il top di gamma della produzione Chesini e che, anche quando mio padre l'aveva comperata usata, era ancora una gran bella bici, insomma, all'epoca c'era chi ci faceva le gare usando la X - Uno!

Le prime versioni avevano ancora i fili dei freni che correvano fuori dal manubrio (ovvero in perfetto stile "eroico"), quelle più recenti, come la mia, avevano i comandi dei freni cosidddetti "aero" cioè con i cavi che passano sotto la nastratura del manubrio.

Dopo che l'abbiamo venduta non ci ho più pensato a quella bici; è arrivato il periodo della Mountainbike in carbonio, delle moto e quell'età dove cominci a pensare che  la libertà la devi cercare nella notte, anzichè nella luce del sole.

Quando ho deciso, vent'anni dopo, di cominciare a prendere di nuovo in mano una bici, ho pensato alla X - Uno ed, anzi, ero anche andato a vederne una che era in vendita on line; non mi ricordo proprio perchè non l'ho presa; forse mi sembrava cara (col senno di poi, non lo era), forse non mi piaceva il colore perchè io la volevo rossa;  un'altra addirittura ho finito per comprarla, completamente "snaturata", con un cambio montato alla cazzo, forcella di carbonio, dipinta di giallo con la bomboletta spray; era costata poco, avevo iniziato a sistemarla ma poi me l'hanno rubata nella rastrelliera delle bici sotto casa: non era destino.

Così ero finito a comperare la Chesini Innovation e poi, per fare l'Eroica, ma mitica Koga Miyata che mi ha veramente "stregato"; però io alla X - Uno ogni tanto ci pensavo... questa cosa capita più frequentemente con le persone, cioè, di allontanarsi più o meno volontariamente, per i fatti della vita o per mille altri motivi,  ma, poi,  inevitabilmente pensarci, anche quando meno te lo aspetti ... zac ... affiora il ricordo; capita così anche con cose che magari hanno contraddistinto un periodo che, con il senno di poi, aveva dentro del buono e così ridesideriamo quelle cose perchè in realtà desideriamo ciò che esse ricordano (...sticazzi, secondo me in questa cedrata Tassoni mi hanno messo dentro dell'Acido LIsegico...frena, bello!);  tutto questo giro per dire che   l'idea di prendere una  X - Uno e prepararla per la prossima Eroica, magari con dei rapporti un po' più agili della Miyata ogni tanto mi frullava per la testa...

Così come in una di quelle storielle dove uno ormai cresciuto cerca l'orsetto che aveva quando era bambino, mi sono detto: rivoglio la mia X - Uno!  Fallita la strada più agevole, ovvero ricomprarmela dalla attuale proprietaria, inamovibile perchè "ci si è tanto affezionata"... (ma Dio...), le strade che rimanevano erano due: a) comprarne una; b) costruirsela.

Ma cosa c'è di più costoso, incasinato, difficile di rintracciare tutti i pezzi degli anni '80 di una bici, arrangiarsi ad assemblarla e regolarla in modo da renderla pronta ed affidabile per un'evento che spacca come L'Eroica?  Insomma, dai, aprire il portafoglio e pagare è una cosa troppo facile, tipo, "paga moneta, vedi cammello" o "spacca botilia ammazza familia", insomma ci siamo capiti, la strada rettilinea...

Pechè non pagare molto di più, rischiando di fare un casino,  ma, in caso di esito positivo, avere sotto il culo la TUA  bici, ovvero costruita intorno a te?  (Sorry Ennio Doris, questa frase te la rubo).

Detto - Fatto (si fa per dire).  Insomma, vedo su un sito di annunci (no, non quegli annunci, quelli di vendita; no, non quel tipo di vendite, eccheccazz... basta pensare male!!!), una bici X - Uno... non ho mai visto una colorazione così di merda in tutta la mia vita; gli anni '80 ci hanno abituato male, erano l'esagerazione ed il cattivo gusto all'apoteosi: capelli cotonati/permanentati; camicie con le pences, pantaloni con le pences, le giacche con le spalline, i colori pastello ed i fluorescenti; però, Cristo, perchè fare un  telaio a strisce che si inseguono a spiarale azzurre, rosse, verdine, nere, bianche?




Chiamo e chiedo se posso andare a vederla la sera stessa e dall'altra parte indovina  chi è? Fabrizio, quello dal quale ero andato a vedere la X - Uno che non ho comperato.

Fabrizio come hobby sistema bici; non so che lavoro faccia ma è un tipo simpatico; lui compra, vende, ogni tanto ci guadagna qualcosa, ogni tanto meno di qualcosa, si sporca le mani di grasso ed ha una buona manualità ed è un "cacciatore di X Uno (insomma qui in zona due su due da lui...). Gli spiego che vorrei rapportarla corta e che con il cambio che c'è su non vado tanto distante;  in realtà non ero convinto ed inconsciamente stavo cercando una scusa per dire di no dopo aver chiamato... Io volevo la mia bici rossa e quel mostro non faceva per me.  Mi toglie ogni dubbio e mi dice che mi vende solo il telaio se lo voglio...

Poi gli dico "bhe, colore un po' strano ... quasi quasi la rivernicerei...";  e dall'altra parte, dopo qualche secondo di silenzio "...ma sito mato, l'è un colore rarissimo  se te la vernici non te la dao gnanca par 1000 euro!!"; ehehe... tranqui Fabrizio, intanto vengo a vederla.

Sabato mattina e sto camminando verso la mia macchina con in mano il telaio variopinto della Chesini X - Uno, con tanto di forcella cromata, pipa manubrio pantografata "Chesini" e una vecchia piega manubrio dalla quale è stato appena tolto il nastro: 4 chiacchiere, un caffè da Fabrizio,  un minuto di trattativa ed il telaio è mio.

Se qualcuno pensa che il telaio sia una buona percentuale di una bici si sbaglia; la bici è fatta di un sacco di pezzi ma, prima, prima di tutto, togliamo questa cazzo di verniciatura; scusa Fabrizio, proprio non la sopporto la bici a strisce... primo step: vado dal meccanico a togliere il movimento centrale (quello sul quale dovranno essere imbullonate pedivelle e pedali per intenderci) e lo sterzo, in questo modo il telaio sarà pronto per essere verniciato.

Io so, in teoria, come si fa, ma non ho mai tolto nè un movimento centrale nè una serie sterzo e so bene che servono degli attrezzi che non ho (una chiave particolare  ed un estrattore) e che non ho intenzione di comperare per usarli una volta sola.

Il meccanico, gira e rigira il telaio, nota che è "un bel telaio" ed in quindici minuti me lo riconsegna, "nudo":  telaio in una mano e tutti gli altri pezzi e la forcella nell'altra: mi dimentico il manubrio e la pipa dello sterzo da lui ma non c'è problema, tanto dovrò passare di lì ancora a rimontarli post verniciatura, quindi...

Ho sentito che proprio vicino la casa di  Fabrizio c'è uno che verniciava i telai per Chesini sin dagli anni '80, così lo chiamo e sento un po' che mi dice. La cosa è fattibile, lui fa orario continuato fino alle 16.00 e, quindi, posso andare lì in pausa pranzo;  ha ancora le decal con scritto Chesini ed ha ancora tutti i cataloghi originali dell'epoca: scopro che all'epoca esisteva veramente questa assurda colorazione a strisce!

Gli chiedo di farla rossa e gli mostro la mia foto a 16 anni, scattata con una vecchia macchina a fuoco fisso Fuji da una coppia di passaggio che mi immortala mentre tengo stretta per la canna la mia X - Uno fiammante davanti ad una cartolibreria di Asiago... sì, avete capito bene, una cartolibreria...




Dovete sapere che quando giravo in bici andavo così distante che mio nonno non sempre ci credeva, o perlomeno faceva finta di non crederci; ogni volta che arrivavo, distrutto ed assetato, mi tempestava di domande: "veciooooo (perchè mi chiamava "vecio") 'ndo sito stà? che media t'è fato? quanti chilometri?" Quando gli dicevo quanti km avevo fatto tirava due bestemmie, una prima di sbarrare gli occhi e dire "schersito???" e una immediatamente dopo. Così per documentare dove andavo a finire mi facevo sempre scattare una foto da qualcuno di passaggio ed avevo un'abilità particolare: farmi riprendere in un posto che potrebbe essere ovunque... cioè, a parte la vetta del Monte Ortigara, dove c'è una colonna mozza che è inconfondibile, tutte le altre foto me le son fatte fare con "sfondi" che avrbbero potuto essere tanto ad Asiago che a Buccinasco, che nei giardinetti attorno a casa; insomma è come se uno arrivasse a Roma in bici in un giorno  e la foto commemorativa se la facesse fare con Mc Donnald sullo sfondo... Vabbhè, lasciamo perdere...avevo l'alibi della stanchezza.

Insomma, chiedo di fare la bici rossa e sono lì che mi aspetto che mi dica "bhe non c'è problema..." ed invece... il rosso non lo fa più!!  Come?? Come non lo fa più? Ma tutti hanno il rosso, dai.... è come entrare in gelateria e mi dici che non hai il cioccolato... cazzo!

  No, non è un rosso normale ... è un rosso speciale... la mia vecchia Chesini X - Uno era stata colorata con un procedimento tutto suo; non si dava subito il colore rosso; si dava il bianco, un bianco perlato; poi si lasciava asciugare e si dava un rosso trasparente; poi si mettevano gli adesivi e poi una mano di trasparente ancora; il rosso trasparente lasciava intavedere la perlatura del bianco sul fondo e così il colore risultava brillante, profondo, e lucido; il tutto veniva cotto a 160 gradi e la verniciatura era completata;  il tipo non ha più il forno da 160 gradi perchè ora vernicia tanto carbonio e se passi un telaio fasciato in carbonio a 160 gradi in forno tiri fuori una scultura di Boccioni; chi faceva il colore  rosso trasparente non lo fa più; quindi, per dirla con le parole di un noto filosofo, mi attacco ar cazzo: non posso avere la bici rossa come dico io;
se voglio, in alternativa, posso avere un rosso cupo, quasi bordeaux metallizzato; guardo il campione e già mi vedo con la schiena piegata e la paglietta in testa che vado a comperare il giornale la domenica mattina con quella bici: è un colore da vecchio... ragiono un attimo e vado all'essenza: ok, non c'è più il rosso trasparente da mettere sul bianco perlato... me la puoi fare solo bianca perlata? bianca perlata con le scritte e le pantografie rosse?  Ok, si può, stretta di mano e ci vediamo tra 10 giorni.




Mr. Painting Spray ha fatto un gran lavoro; il telaio così bianco è stupendo; ha riempito le pantografie di rosso e separato le cromature dalla vernicie bianca con un filo di colore rosso; è un'ottima base sulla quale assemblare tutto quello che ci vuole per realizzare un gran bel pezzo di ferro... to be continued...








venerdì 11 novembre 2016

THE ROAD RACER


La sera prima mi prendo un'aspirina e mi butto a letto; mi sveglio alle tre...

Non ho nemmeno il coraggio di mettere il naso fuori di casa perchè ieri hanno previsto un diluvio universale e l'idea di spararmi 209 km sotto la pioggia su strade sterrate senza essere in grado di rinunciare, perchè è ovvio, non sono affatto in grado di rinunciare,  non mi entusiasma particolarmente... ma a chi la racconto? In realtà dentro di me c'è una parte che stava quasi sperando che piovesse per affrontare la sfida e tagliare il traguardo coperto di fango!

Fuori c'è un buio pesto, una temperatura dicreta per essere piena notte, ad inizio ottobre e qualche goccia sottile cade.

Siamo sorpresi quando già a sei - sette km da Gaiole in Chianti vediamo gente che parcheggia e comincia a tirare giù le bici dalle auto e piccoli fari al led di bici che ondeggiano tra le curve verso il paese.

Ovviamente parcheggiamo proprio nella strada parallela alla partenza a circa 200 metri (botta de culo).
Tiro giù la  bici e  monto la ruota anteriore,  stringo lo sgancio rapido del mozzo e sono pronto.

Ho imparato solo dopo che quello sgancio rapido che ormai hanno tutti l'ha inventato Tullio Campagnolo per velocizzare la rimozione della ruota dopo che un volta,  sul passo Croce d'Aune, era stato superato da una marea di ciclisti mentre lui tentava di svitare i galletti che tenevano ferma la ruota.



 Accendo i fari, tiro su la zip della maglia  termica anti pioggia che porto sotto a quella di cotone e mi dirigo alla partenza.



Quasi mi spiace indossare questa maglia con il colletto bianco; ok è vintage, almeno come aspetto,  ma sotto porto una maglia di Castelli, la "Gabba 2",  che  è nera, attillata come una tuta in neoprene da sub ed ha uno scorpione rosso sulla manica:  è fighissima e sembro un mix tra Diabolic, un agente segreto della spectre ed un mimo, però è troppo tecnica e troppo moderna per partecipare all'Eroica; così sopra ho la maglia di cotone leggera che fa tanto ciclista della domenica anni '50;  con questa pioggerellina fine il capo tecnico che ho è anche troppo come protezione  ma con le previsioni che davano ieri in TV una muta da sub sarebbe stato il minimo sindacale.

Comunque, dentro questa guaina c'è una buona temperatura e non mi pesa stare un quarto d'ora fermo in coda con altri 300 - 400 che sono alla partenza;  sono le 5 meno un quarto e ci sono quelli che si fanno i 209 km e quelli che se ne fanno 135, quindi un discreto numero di sciroccati che, da varie parti del mondo, hanno ben pensato di arrivare in questo paesino toscano per mettersi in coda alle 5 di mattina e massacrarsi su dei percorsi che non sono proprio una passeggiata...



Mi guardo in giro; ci sono dei solitari che se ne stanno un po' defilati, con l'aria del bambino più timido il primo giorno di prima elementare; ci sono i gruppi di amici che ridono, scherzano e si pigliano per il culo; ci sono stranieri che hanno già fatto questa esperienza e altri per i quali è la prima volta e si ricomoscono perchè hanno lo sguardo di chi ha già qualcosa da raccontare quando tornerà a casa.  Ci sono mogli e fidanzate che baciano il compagno come se partisse per la Campagna d'Africa; ci sono fotografi (tanti) ed amici dei partecipanti. E' un evento non competitivo e l'atmosfera è rilassata.

finalmente alle 5.05 mi timbrano il cartellino.


La strada, per la prima parte è in lieve discesa e meno male: non ho poi così tanta pratica con i pedali con i cinghietti ed il fatto di poter armeggiare in discesa senza dover pedalare mi aiuta ad infilare i piedi al loro posto e trovare una posizione confortevole; mi metto nel bel mezzo di un gruppo compatto e cominciamo prima a scendere e poi a salire dolcemente per la strada che ci porterà ai piedi del castello di Brolio.

Spingo una rapporto bello duro con naturalezza; so che dovrei stare più agile perchè una bassa frequenza di pedalata, se non si è troppo abituati, brucia le gambe;

me ne fotto e per provare la mia forma spingo sulle prime salitine  prima un 53x13 (un giro di pedale, 4 giri di ruota), poi un 53x15 (i conti fateveli voi...) e vado via veloce  ma tranquillo come un grosso diesel...

Dopo un po' sono con quelli alla testa del gruppo al quale prima ero in coda... mi sono allenato poco, insomma, quel che il lavoro mi ha permesso di fare, però ho fatto buoni progressi grazie ad un corredo genetico niente male (non per vantarmi, ma se sono sopravvissuto fino ad ora con quel che ho combinato vuol dire che sono bello resistente)...  ora i progressi li vedo non solo nell'antipatico  fatto che le mie gambe  non entrano  più agevolmente come prima nei miei Levi's 501 ma anche perchè arrivo ai piedi del Castello che sono appena riscaldato.



Nei racconti che sentivo dell'Eroica la salita del Castello è sempre descritta come un discreto strappo perchè è il primo impatto con lo sterrato in salita e pende un bel po', diciamo sul 10%;  io questa salita l'ho già fatta con la Chesini Innovation ed una salita al 10% , più o meno di questa lunghezza, l'ho fatta anche, attorno a Dolcè, con la Miyata;  così non sono troppo preoccupato.



Un unico ma rilevante  dettaglio: con i rapporti che ho non posso andare piano! Sono costretto a salire velocemente per evitare di pedalare troppo lento ed inchiodarmi, così salgo in questa atmosfera magica, tra gli alberi ancora avvolti nella notte e nella foschia, su questa strada delimintata da dei lumini che hanno messo a destra ed a sinistra, zigzagando tra gli altri ciclisti che salgono pedalando agili ma facendo poca strada, con i loro rapporti corti; nel buio, il gruppo che prima era compatto si sgrana, chi va di più, chi va di meno; qualcuno urla il nome di un amico cercandolo  nel buio e arriva la risposta dalla curva di sotto... sembra una scena da trincea; sorrido e pedalo.







Quando arrivo in cima sono già un centinaio di metri che spero che la salita finisca perchè a correre così con il 42-23 le gambe friggono; c'è chi ha già bucato e si ferma a riparare, c'è chi prende fiato e si ferma un attimo; io faccio 10 secondi di sosta solo per rendermi conto che il castello di Brolio me lo sono bevuto veloce  come uno shot di vodka.

La discesa che segue è nota per mietere vittime: c'è un buio pesto, è sterrata, pende almeno quanto la salita che l'ha preceduta ed il fondo è bagnato; io inizio a scendere pianino ma dopo 50 metri mi rompo e mollo i freni; è vero, ho delle ruotine sottili sottili (ah, per la cronaca, per non rovinare l'estetica della Miyata ed essere quasi sicuro di non bucare ho montato le super collaudate Michelin Pro 4 Endurance da 23,  le gomme lisce come il culo di una principessa, ed ora le sto sfregando ben bene sul ghiaino abbozzando anche un intraversamento su una curvetta secca dalla quale però esco alla grande e, soprattutto, vivo).


 Si alterna qualche saliscendi finchè arriva il pezzo un po' in salita che l'altra volta mi son fatto a canna...



Sgrat, sgrat, sgrat...sento nel buio  i cambi dei miei vicini che, intravedendo la salita nelle tenebre, cambiano marcia e buttano su un rapporto agile per non rimanere piantati;
noto che a bordo strada c'è una casa e della gente che guarda passare gli "Eroici";  è la mia occasione! cioè, non posso proprio resistere! Anzichè passare alla corona più piccola, mi limito a scalare una sola marcia e passo dal 53-13 ad un 53-15 e ci do dentro come Satana; supero tutti, mi faccio la salita ai 40 all'ora.


Non dimenticherò mai la faccia allibita, intravista nel buio, occhi sgranati,  di quelli a bordo strada che hanno visto, per un attimo, questo ebete che saliva come una moto avendo da fare altri 180 e più km..... Ok, la pagherò e sono un esibizionista, ma... che figata!!!



In questa parte del percorso c'è un po' di saliscendi  ed è ancora buio; ad un certo punto sono costretto a rallentare; non vedo veramente dove sto andando; poi mi accorgo che il mio faro, con le vibrazioni,  ha finito a puntare per terra, in pratica mi sta illuminando la punta dei piedi mentre pedalo;  lo raddrizzo mentre noto, in lontananza, un fascio di luce tipo discoteca che punta al cielo...

 quando arrivo mi rendo conto che è un gruppetto di tranieri che sta riparando una foratura: due fanno luce con i loro fari e il "bucato" sta togliendo la ruota dietro: il fascio di luce è il faro che è attaccato al manubrio della bici che è per terra  e che punta in cielo: non so con cosa funzioni, forse a plutonio,  ma complimenti, non è un faro, è una spada laser!



Ad un certo punto, appena dopo Siena se non sbaglio, arrivo ad mitico salitone che so di dover affrontare a tutta birra: è una di quelle salite brevi ma ripidissime che prese piano diventano un calvario, prese con slancio si passano via abbastanza agevolmente; sarà lunga 200 - 250 metri, solo che la stronza si trova dietro ad una curva, quindi, se non lo sai,  arrivi bello tranquillo provenendo dal falsopiano e ti inchiodi in salita; ma io lo so bene e dopo la curva accelero a canna




ok, non proprio così, però ci do dentro... il mio piano però va a puttane dopo pochi metri: il salitone ha fatto da tappo al gruppo che mi precedeva  e che, non aspettandosi il "muro", si è compattato: quindi mi trovo davanti una discreta folla che va a passo d'uomo.


Sono costretto a scalare di brutto e, addirittura, a frenare in salita per non finire nel culo ad un tipo che sta andando a zig zag contorcendosi come un'anima dannata sulla bici per tentare di salire senza mettere giù il piede.



A bordo strada qualcuno ha gettato la spugna e va a piedi;  io riesco ad arrivare quasi in cima facendomi strada tra quelli più lenti e sommessamente chiedendo: permesso, permesso, attenzione, permesso... poi ad un certo punto, dal retrotreno sento: sgrat, sgrat, sgrat, sgrat...clack... faccio appena in tempo a pensare "oh, cazzo" e poi, nel buio, rieccheggia netto: "nooooooo, il ventuno nooooo....."; in breve,  per qualche arcana ragione il cambio ha perso un po' di tensione e mi ha buttato giù di un ingranaggio, da quello con 23 denti a quello con 21 denti; l'effetto? Bhe, è come se la Sora Lella mi fosse montata in canna  all'improvviso mentre pedalavo in salita; spingere sui pedali diventa un'impresa ma mi alzo sulla sella e spingo più forte anche se le mie ginocchia cominciano a dire qualche frase in veneto... spingo talmente che mi fanno addirittura male i piedi ma arrivo in cima, mi fermo e prendo fiato perchè sono veramente a fette.



Manca poca strada al primo ristoro, diciamo 5 o 6 km facili facili ma,  dopo un breve pezzo fatto con rapporti agili ho già recuperato alla grande; ad un certo punto però mi accorgo che sto pedalando come un orso da circo; con le botte che ho preso la sella è scesa totalmente, sto pedalando rannicchiato   e devo fermarmi a rialzarla; so bene che in questa posizione non si esprime una grande forza e che, anzi, alla lunga mi può causare dei crampi;  ho tutti gli attrezzi che servono (ovvero due brugole uguali)  e non è un problema.

Rimonto in sella, tiro indietro il pedale per infilare i piedi nei cinghietti, e parto: sgratagranstargantargat.

penso, illuso, "mi sarà caduta la catena...";  mi fermo e guardo incredulo il cambio; inspiegabilmente è accartocciato dentro al pignone in una posizione che non ho mai visto; la gabbia che racchiude la puleggia posteriore si è incastrata tra due pignoni e, per quanto tiri (con la dovuta delicatezza, è pur sempre un cambio di quasi 40 anni fa...) non riesco a smuovere la situazione.



Mi rassegno a fare la strada che mi separa dal punto di ristoro a piedi: lì forse c'è  assistenza meccanica; mi faccio quasi 2 km camminando nella campagna  che si sta svegliando, velata di foschia,  con tutti quelli che ho superato prima che ora mi sorpassano,  finché vedo un furgone dell'assistenza fermo a bordo strada che aiuta un tipo con il cambio frullato; che culo! mi metto in coda e aspetto che finisca.




Dopo dieci minuti che aspetto arriva un  ragazzo tedesco che ha lo sterzo che va a destra e sinistra un po' come gli pare a lui (nulla di grave, si sarà svitata la pipa dello sterzo e non ha la chiave per stringere); io lo guardo, lui mi guarda e vediamo che abbiamo tutti e due una Koga Miyata!!   Insomma, siamo nel bel mezzo del Chianti, io italiano, lui tedesco e tutti e due con una bici olandese - giapponese: la mia una Road Racer arancio, lui una Gents Racer azzurrina e bianca taroccata che monta un terribile cambio  shimano 105; mi dice in inglese, con un accento che non lascia dubbi sulla provenienza, che per questi eventi ci vuole un cambio affidabile, anche se non è bello; non sono d'accordo, un conto è il 105 cosiddetto "Goldenarrow" ma il suo è un recente 105 che proprio non mi piace, con il mio 600 Arabesque non c'è proprio paragone...più figo il mio, a destra...




 





 con il senno di poi penso: "eh, però il suo funziona, io per ora sono a piedi" ma un po' di stile ci vuole e lo si può anche immolare alla funzionalità in queste occasioni.



Scambiamo uno sguardo alle due  Koga Miyata  come se fossimo due alfisti che si sono incrociati nel deserto della Mongolia e dopo tre minuti  siamo praticamente fratelli; ci mettiamo a bordo strada ed in due facciamo il miracolo: sblocchiamo il mio cambio; mi fa notare però che ho perso il perno che tiene il dente di cane.


parentesi tecnica: il dente di cane è chiamato così per la tipologia delle bestemmie che si generano quando ha un problema;   è quella parte che nel cambio si trova appena sotto la puleggia superiore; in  pratica la catena scorre tra il dente di cane e la puleggia; nei cambi Campagnolo che ho visto in tutta la mia vita quel pezzo è fisso, è saldato al cambio  per intenderci; metterei una foto per spiegarvi meglio ma questo non è un trattato tecnico, è solo il blog di uno che stasera proprio non aveva voglia di andare in palestra e, quindi, è qui che cazzeggia dietro alla tastiera.


Nel mio Shimano 600 Arabesque, contrariamente al  Campagnolo, è stata inserita una "finezza": il pezzo è mobile ed  ha un bottone di rilascio che permette di aprirlo e farlo scorrere in basso.

In teoria è utile perchè permette di far uscire la catena dal cambio (o rimettercela dentro) senza doverla tagliare; ma qui, cazzo, si è sfilato il bottone di rilascio e sto andando in giro con il dente di cane aperto; finchè pedalo avanti nessun problema ma se pedalo indietro, perchè prendo una buca o perchè posiziono il pedale da fermo per ripartire, il dente si incastra nella catena e la gentile spinta delle mie gambe spara il cambio indietro, nel mezzo del pignone.


Non c'è verso di sistemare la cosa, devo evitare ad ogni costo di dare anche un solo colpo di pedale all'indietro, pena il bloccaggio di tutto ed, ogni volta, 10 minuti buoni di pensieri impuri  per far tornare tutto alla normalità e ripartire... in tutto il percorso mi capiterà altre sei volte!! Dopo la quinta ero peggio di Attila (ok, A come Atroccittà, T come Terrore e Traggeddia, etc...), dove passavo non cresceva più l'erba...



Arrivo quindi al ristoro di Radi ma c'è una bolgia fotonica: ho ancora acqua e mangio solo  una barretta di fichi e datteri che mi sono portato da casa; dal meccanico c'è una fila impressionante; evidentemente i primi km hanno messo a dura prova le vecchie bici; io tutto sommato riesco a proseguire e così non mi pongo il problema;  proseguo fino a Montalcino e faccio un pezzo super ripido e sterrato in compagnia di un tipo di L'Aquila che ora vive da qualche altra parte, che ha i rapporti corti ma una trentina di chili di troppo e quindi manco ci prova a fare quella salita in bici;



il fatto che abbia rotto il cambio, poi saltato un ristoro (il timbro sul carnet di viaggio  lo mettono in un punto di rifornimento acqua qualche km dopo) mi fa arrivare a Montalcino praticamente in solitaria.



Comincio a scendere e per un attimo temo di aver sbagliato strada; poi in lontananza vedo un altro eroico con il numero sulla schiena, lo raggiungo e lo passo via su un falsopiano, finchè, alla mia destra, inequivocabile, una bolgia di magliette colorate davanti alla cantina di Montalcino: son tutti lì che mangiano e bevono dopo aver fatto una breve coda per i consueti timbri.



da lì in poi a tutti i punti di ristoro mangerò senza ritegno e come un vero barbaro: torta, salame, di nuovo torta, pane e nutella, formaggio, torta ancora; sto bruciando una tonnellata di calorie e so che se non mangiassi finirei le energie a breve;  da Montalcino in poi la strada non la avevo fatta in bici nella prova estiva che mi aveva portato da quelle parti ma in macchina, così non so bene cosa mi aspetta perchè un conto è fare una salita seduto comodo sui sedili in pelle di una 4x4 con lo sguardo come dire "però, duretta questa" ed un conto è farsela in bici;


 devo dire che da Montalcino in poi non ci sono grandi strappi, anzi, si va via proprio bene, fino a quando si arriva in prossimità del Monte Sante Marie.



qui tutti dicono che è una cosa massacrante, che ha una pendenza micidiale, che è sterrato, che tutti se la fanno a piedi:  bhe è tutto vero! Ho visto salire in bici solo qualche tipo con rapporti cortissimi e, ad onor del vero, un tipo che spingeva quello che sembrava un 42x25 andando  lentissimo: probabilmente dopo l'arrivo avrà buttato via le sue rotule, però complimenti, era un caterpillar!!



Con il 42x23 io nemmeno ci provo: la salita è oltre il 15%, il fondo non è il massimo e io accuso un po' la stanchezza; in più non posso assolutamente spostare i pedali indietro per  ripartire se mi fermo, grazie al dente di cane smollato, ed ho i pedali con i cinghietti;  tutto questo insieme prelude ad una bella passeggiata spingendo la bici e devo dire che ho fatto anche fatica a spingerla; per avere una idea della pendenza, è tipo la rampa di un garage di quelle serie, però su sterrato e lunghissima... due palle insomma.



Chiedo ad un giovane ma grigio fotografo barbuto,  acquattato nel prato, che ha un'aria un po' familiare,  quanto manca per scollinare  e quello mi risponde, mangiandosi tutte le "C" possibili,  "tranquillo, passi la curva e dopo quella casa è tutta discesa..."; gli sorrido e gli dico, "però ... menti bene, sai...."; lui si mette a ridere e io continuo a spingere.



Arrivato praticamente devastato in cima faccio un pezzetto di discesa spaccabraccia e un pezzettino di falsopiano, poi, in cima ad un'altra collina in lontananza vedo l'Arcangelo Gabriele che mi fa il saluto romano con il braccio teso.



Sbalordito ma un po' lusingato da questo onore, mi avvicino e non è affatto l'Arcangelo Gabriele: è un ragazzino tedesco alto uno e novanta, biondino, occhi azzurri, con pantaloncini bianchi,  maglia bianca e bici bianca che richiama la mia attenzione; sembra piovuto lì da un catalogo di abbigliamento perché è veramente immacolato ma  ha in mano due camere d'aria bucate e la ruota a terra.



Sarai pure l'Arcangelo Gabriele ma, vecchio, vedi di protestare con chi di dovere: 3 forature sono 3 forature!



Mi chiede se ho un patch ('na pezza) ma io non le porto mai con me; fiducioso della resistenza delle mie ruote, gonfiate al limite e dure come il marmo, gli regalo una camera d'aria visto che non ho ancora bucato e ne avanzo comunque una di riserva.
 Mi ringrazia tanto e lo abbandono in mezzo al nulla, insomma, poi l'ho visto arrivare, quindi, non è stato sbranato dai lupi...la mia coscienza è a posto.



Arrivo a Castelnuovo Berardenga dopo aver incrociato: un tipo che stava aspettando i suoi amici da mezz'ora...lui è di quelle parti e l'Eroica la fa con una bici un po' scassata ma funzionante e rapportata corta con la quale un anno ha perso una pedivella; un tipo che ha rotto un raggio della ruota dietro e viene salvato dai meccanici del punto di ristoro; due tipi in tandem che hanno perso una delle spine che tiene il pedale sull'asse del movimento centrale; gliela cambiano, la riperdono e tornano indietro; un tipo che camminava nel pieno sole, come un cane abbandonato dalle forze, perchè aveva saltato tutti i ristori e si trovava senza più energie a camminare su una salita, obiettivamente, pedalabile e che rifiuta la mia offerta di un po' d'acqua dicendomi "ma tanto il ristoro dovrebbe  essere qui - in realtà mancano 7 km); un gruppo di sciammanti che ormai, abbandonata ogni velleità di arrivare a destinazione con la luce, si erano accasciati a Castelnuovo a mangiare e bere senza ritegno; due simpatici delinquenti con tatuaggio sul collo e circa 55 anni a testa che andavano in salita come delle schegge  - ci siamo fatti un pezzo assieme su una discesa e falsopiano, dandoci il cambio e sorpassandoci ripetutamente come dei caccia: è stato bellissimo; un distinto signore che faceva il percorso lungo per la prima volta ed aveva la moglie che, in auto, gli dava appoggio logistico.

 da lì, un rapido rifornimento e poi giù di nuovo, verso Pianella, con il sole che ormai si stava abbassando e poi di nuovo in salita spaccagambe, al buio più totale,  per poi ridiscendere fino a Gaiole;

All'arrivo la gente per la strada ci incitava e ci applaudiva; io ero sudato come un porco (l'anno prossimo mi converto alla maglia di lana, ne ho vista una stupenda che ha come sponsor una vecchia compagnia aerea - Sunair -  e una marca di sigarette che non fanno più -  Boule d'Or -  e mi pare perfetta per una manifestazione ciclistica)






 comunque sono  veramente a pezzi; non ho avuto crampi, non ho avuto dolore alle gambe, neanche dopo, ma ero veramente in riserva ed avevo perso litri d'acqua:



 

 dopo un gelatino ed una Fanta, ero già  messo meglio.... poi via, in coda con gli altri, forse partiti come me con il buio ed arrivati con il buio dopo una  giornata nel sole e nelle stupende campagne che abbiamo attraversato







 poi la  "premiazione", bottiglia di vino dei 209 km  e medaglietta al collo ... "grazie, ho detto alla signora che me la infilava" ...."grazie a voi", mi ha risposto sorridendo...






forse è proprio questo il senso di questa manifestazione: ci si diverte e ogni uno porta qualcosa, un pezzo di sè, un po' della propria fatica, su quelle strade... il paese per quei giorni vive emozioni e valori di altri tempi: ciclismo a "pane e salame", telai di acciaio e berretini colorati; vecchiotti, giovani scanzonati; vino e aranciata; problemi meccanici e gente che ti aiuta.

Ma cos'è allora che insegna L'Eroica ...  alla fine è un giro in bici...forse  ha di bello che è dura, sì, ma non è competitiva; è un po' come dovrebbe essere la vita.

La rifarò? Non lo so, intanto ho già riprenotato un albergo, ehehehe.... ed è già iniziato un nuovo progetto, il progetto "X - Uno" che detto così sembra una cosa da James Bond ma in realtà è una bici che, se tuto va bene mi porterà al traguardo della prossima edizione!


sabato 29 ottobre 2016

THE DAY


Insomma, si va... quando ero alle elementari ogni tanto ci mandavano in gita; la scuola, però, era privata, il preside non voleva grosse responsabilità e così le gite che mi ricordo sono state, partendo da Verona: Mantova, Venezia, Ferrara, Brescia o giù di lì, alla Minitalia, il Corno d'Aquilio...

Non mi importava la distanza o, meglio, non avevo la più pallida idea della distanza; però era sempre un'avventura e la sera prima preparavo le cose da portare via come se si trattasse di una spedizione spaziale: borraccia, panini, mappa, etc... tutto nello zaino.

Ora mi chiedo: ma come cazzo è che crescendo sono diventato l'opposto? Ovvero, mi è capitato di farmi dei giri in bici di oltre 250 km in piena montagna ed era tanto se partendo da casa mi ero messo le mutande ed i pantaloncini perchè spesso partivo a petto nudo, 10.000 lire in tasca (quando era tanto), ed un paio di fiale di Amuchina per disinfettare l'acqua, visto che ogni tanto, nel bel mezzo del nulla ed a secco per molti chilometri, mi bevevo l'acqua dalle cisterne per acqua piovana ... sì, esattamente quelle che usavano per dar da bere alle mucche...

Insomma con il tempo sono diventato più spartano.

Però stavolta i bagagli li ho fatti bene prima di partire: la bici è caricata in macchina e nel trolley ho abbigliamento più e meno pesante; in questi mesi che seguo un po' questa storia dell'Eroica ho sentito storie di tutti  i tipi: gente che ha detto che una volta alla partenza c'erano due gradi sotto zero, gente che ha detto che c'era un caldo bestia, Scilla e Cariddi, invasioni di cavallette, gente che si è fatta tutti ed i 209 km  sotto la pioggia, campi minati; insomma,  spesso  ciò che percepiamo non è la difficoltà reale ma la difficoltà raccontata dagli altri: forse se non li ascoltassimo saremmo tutti in grado di volare.

Ho disdetto la prenotazione a Vagliagli (che è proprio sul percorso dell'Eroica) perchè anche se sembra vicino al punto di partenza in realtà è nel bel mezzo di un bosco, su una strada sterrata tutta curve e salite e per arrivare a destinazione ci vuole un casino di tempo; così ho preso una casa a Montevarchi, che è più vicina ed in condizioni ottimali (ovvero con un elicottero Apache) "sta a venti minuti da Gaiole...", come mi dice al telefono la padrona di casa.

In Toscana le distanze è inutile calcolarle in chilometri, si va a tempo! La distanza che qui in pianura copri in Transpolesana ai 160 all'ora, in dieci minuti con due litri di benzina e 350 euro di multa, lì richiede sei litri di benzina ed un'ora di guida e niente multa, tanto correre non è nè facile nè piacevole e gli autovelox son pochi.

Insomma, la casa di Montevarchi è figa e dà su una vallata stupenda; ha anche un pergolato di legno e mi ci vedrei bene con un bel bicchiere di bianco ed un libro  in piena estate lì sotto. Vengono a darci le chiavi la mamma ed il papà della proprietaria che, udite, udite, è uno dei pochi toscani di destra: cazzo, Renzi ha fatto il miracolo ed è riuscito a farsi odiare anche dai fedelissimi di questa zona; se governa ancora un po' ci saranno degli eventi strabilanti: sarà abolito il pugno chiuso e vecchi compagni si saluteranno con il braccio teso, al posto di "Bella Ciao" canteranno "Faccetta Nera" e Vendola smetterà di parlare come Gatto Silvestro con un uccello (Titti, che credevate??)  in bocca.

Lasciata la casa, senza che ce lo dicesse la Marcuzzi, arriviamo a Gaiole in Chianti: che dire? ci ho messo tanto a scrivere questi pensieri (dal 2 ottobre) perchè l'Eroica non è da raccontare: è da assaporare, da andarci, da vedere, da toccare; il racconto è una foto sbiadita, vintage, senape.

La prima impressione è che sia una festa e, parcheggiato in qualche modo, io mi affretto per le strade del paese per andare a ritirare il mio pacchetto alle "iscrizioni"; per le strade se ne vedono di tutti i colori: gente con le braghe alla zuava e le bici dei primi '900; signore vestite anni '30; improbabili Hypster con le braghe "acqua alta", le bretelle (???), il farfallino e la barba d'ordinanza (ma da 'ndo cazzo è venuta fuori 'sta moda?? Fatevi la barba, perdio!); vicino alla bottega che vende maglie vintage, scarpe e zaini - tutto piuttosto caro - c'è un DJ che mette su Battisti a palla usando il tetto di una vecchia FIAT 500 per appoggiare i piatti; lì vicino una band live.

In giro ci sono bandierine, un tipo che passa con una di quelle bici con la ruota enorme davanti e piccolissima dietro ed, alla finestra, ci sono spettatori di un certo peso


Seduto per terra, su una salitina asfaltata c'è un gruppo che ci ha già dato dentro parecchio con il vino, fa i complimenti (per così dire...) alle ragazze che passano e domani andrà a mille sulle salite più dure avendo fatto una carburazione niente male (ragazzi, veramente spero che non siate crepati su per le salite che c'erano).


Ma al di là di queste note di folklore, quel che noto per le strade è la gente (tanta, colorata, sorridente, vestita "tecnica" ma vintage) e le bici perchè, appoggiate ai muri, accatastate contro le ringhiere, legate ai pali, ci sono centinaia e centinaia di pezzi storici: un paio di Chesini, una infinità di Bottecchia, Colnago (da queste parti le Colnago Master le regalano... è pieno), una Colnago Mexico nera con tutte le forcelle ed i foderi d'orati (stupenda),le Gios -Torino, che spendono nel loro blu elettrico, delle Alan con le loro giunture di alluminio grigie ed i tubi stralucidi;  e poi una infinità di marche mai sentite, piccoli teaisti o assemblatori noti solo localmente ma che hanno scritto la storia di un ciclismo che in parte rivive in questo evento.







Arrivo al punto di consegna dei pettorali e mi danno il n. 3194; la busta contiene la targhetta da mettere sulla bici, il pettorale, da attaccare con delle spille da balia alla maglietta, 3 fili, per ancorare il numero alla bici (uno perso dopo 2,4 secondi, girerò per tutto il giorno seguente con il numero che sbandiera perchè legato solo da un lato), il regolamento, il carnet sul quale far apporre i timbri ai check point, un invito alla spaghettata serale (7000 persone??) e poco altro.

Presa la busta mi mandano in un altro edificio a prendere il "pacco gara" che è una borsa di juta con dentro una bozza di vino - meno pregiata di quella riservata ai 209chilometristi, che mi daranno all'arrivo, farro, caffè, dei cantucci con le mandorle -  che boni... li ho fulminati a colazione - e un po' di altre cose che non ricordo.

Ci facciamo un giro in paese che c'è il mercatino dove vendono ed aggiustano  di tutto: maglie, cambi, pedali, ruote, telai, bici intere.  C'è in vendita anche un telaio Gios nuovo di pacca nella sua scatola e devo dire che è proprio bello!

Starei ancora un po' ma domani la sveglia sarà prestissimo, alle 5.00 voglio essere qui! Si torna a casa, la KOGA Miyata è in assetto da guerra, pronta a tutto; Eroico n.  3194 (solo alla fine noterò che la somma fa 17 - che mi porta sfiga)  pronto al percorso lungo.


 Mi sento un po' febbricitante, per il giorno dopo danno pioggia;  ma non pioggia normale, una cosa definita dal TG locale, da "bombe d'acqua" e da  "allarme arancione"... così servita su un piatto d'argento: arancione "Arancia Meccanica"; io sono pronto e, con mezza aspirina, nessuno mi fermerà... però come è andata lo racconto un'altra volta perchè ho sonno  e domani alle 9.00 devo essere dal meccanico... un nuovo progetto, un vecchio telaio, ma quella è un'altra storia: questa è quella di un intrepido sconsiderato, del suo taschino all'altezza del cuore, del suo poco allenamento e della sua grande tenacia, tutto  a bordo della sua quasi intonsa  Koga Miyata del 1979... sarà una figata!